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giovedì 10 giugno 2010

Diviso tra i mondi: Vittorio Catani

Al 2007 risale invece l'intervista che mi concesse, in due puntate, Vittorio Catani. Grandissimo della sf italiana, all'epoca doveva ancora avere le soddisfazioni più importanti della sua carriera di scrittore: era appena uscita la splendida antologia L'essenza del Futuro, ma soprattutto stavamo ancora aspettando il capolavoro, Il quinto principio, che Urania ha pubblicato lo scorso anno. Si parla di entrambi, anche se il secondo era ancora in gestazione. Prima puntata scritta, seconda in voce. Nell'intervista scritta anche qualche riferimento alla situazione politica: ampiamente superato in senso strettamente cronologico - era ancora al governo il Centrosinistra, e sembrano passati secoli. Ho deciso di lasciare questa parte perché concorre a dipingere un quadro più efficace dell'"intellettuale" Catani.

Vittorio, perché ti incaponisci a scrivere sf da tanto tempo?

Poniamo che la letteratura sia come un gioco, per esempio il famoso Lego. Per usare la macchina narrativa, lo scrittore deve manovrare i pezzi del gioco componendoli in una costruzione che ha le sue regole. Ebbene, credo che la fantascienza abbia, nella sua scatola di gioco, tanti pezzi in più che le consentono d'occuparsi di moltissimi argomenti, altrimenti negati. La società del futuro; l'impatto delle nuove telecomunicazioni; le trasformazioni del corpo umano e del modo di pensare legate alle nuove protesi, all'ingegneria genetica, alle scoperte della chimica; le nuove frontiere della fisica e della cosmologia; centri occulti di potere; grandi trasformazioni geopolitiche... Diciamo che oggetto, il "gioco" della fantascienza, è l'universo intero, non solo il nostro pianeta; l'essere vivente (comunque sia composta la "vita"), non solo le specie terrestri o con morfologia terrestre. Il fantascrittore può così "divertirsi" a smontare e rimontarne i suoi particolari pezzi per cercare di ottenere soluzioni o visioni inedite. E' questo che mi piace della fantascienza. Il poter dar voce a tutte le componenti creative: avventura, riflessione, ipotesi, filosofia, etica, anticipazione, e così via. Penso alla fantascienza, nel suo insieme di migliaia di racconti e romanzi prodotti in un secolo circa, come a una sorta di grande "scansione critica" dell'intera realtà e soprattutto delle fantasie, delle attese, dei dubbi, delle paure dell'umanità. Visto così, il genere mi sembra abbia un potenziale esplorativo e narrativo particolarmente ricco. Non solo: anche un potenziale critico, o di demistificazione. Usata nel modo opportuno, la fantascienza può ritrovarsi (e si è spesso ritrovata) in prima linea. Questa è ovviamente una mia visione a posteriori. Allorché mi avvicinai alla fantascienza come lettore avevo 12 anni e rimasi subito conquistato da un romanzo, oggi un "classico" avventuroso: "La Legione dello spazio" di Jack Williamson, un grande della science fiction anni '40/50. La storia aveva scenari sconfinati, un'ebbrezza dello scoprire, del mistero, del lottare contro terribili (e orribili) forze del male... Non avevo mai incontrato pagine così intense e nuove. Mi inocularono un virus che, sia pure con momenti di stanca se non di allontanamento, dura da oltre mezzo secolo.

Pensi che la fantascienza ti abbia "dato" qualcosa? Cosa pensi possa "insegnare" la fantascienza?

Dirò una cosa che credo sia abbastanza illustrativa: io ho regolarmente frequentato le scuole, ma ritengo che la mia vera scuola sia stata la fantascienza. Sembrerà eccessivo. Forse lo è. Che lo sia o meno, è comunque la scuola a uscirne con le ossa rotte, almeno in questo caso. Parlo della scuola del mio tempo (1945/1958). Nulla come la fantascienza mi ha insegnato tanto, o mi ha spontaneamente spinto tanto a interessarmi ad alcuni argomenti. Questa narrativa non solo mi faceva scoprire che esistevano discipline, materie, oggetti, questioni di cui nulla sapevo, quanto anche conquistandomi con i suoi personaggi e le sue avventure, ha poi saputo indurmi a cercare maggiori dettagli su quanto leggevo. Mi ha fatto inoltre conoscere il senso del mistero, la consapevolezza del raziocinio umano e dei suoi limiti... E molte altre cose. Ti racconto un episodio. Alle scuole medie un insegnante una volta ci disse che l'uomo non sarebbe mai potuto giungere sulla Luna, perché se non c'è aria nello spazio un aereo non riesce a reggersi. Mi sembrò subito una grande sciocchezza, perché un mio insegnante-idolo molto esperto, Isaac Asimov, mostrava il contrario nei suoi racconti. E anche Jack Williamson. E altri. A quell'epoca non era facile trovare testi tecnici su cui si potessero verificare asserzioni del genere, tuttavia nel 1957 apparve nelle edicole la mitica rivista Oltre il Cielo, che aveva per sottotitolo proprio Missili e razzi e pubblicava fantascienza (di autori italiani): mi parve una conferma definitiva. Per parodiare il titolo di un famoso saggio storico-religioso: "la fantascienza aveva ragione". In tempi successivi la fantascienza mi dimostrò che con le più sottili "armi" della satira, dell'ironia, del capovolgimento del punto di vista, dello straniamento cognitivo, dell'estrapolazione eccetera, alcuni scrittori creavano storie (per me) rivoluzionarie, simili a specchi in cui si rifletteva un'immagine distorta del mondo.


Come viene visto nel sud il fantascrittore? Quali sono le possibilità della fantascienza dalle tue parti?


Considera che negli anni '40/50 l'Italia, specie al sud, era ferma ai tempi dell'Ottocento... fatta eccezione per la luce elettrica e la radio. La Puglia, come tante altre regioni italiane, viveva di agricoltura. Ero quindi in una società agricola, se non rurale. Tutto questo però non aveva solo svantaggi, e anzi mi ha "segnato" molto, nel senso che il mio amore per la natura e la campagna sono in fondo l'imprinting dei miei primi ricordi "contadini". Ma quanto all'aspetto culturale, evolutivo, emancipativo, questa situazione fu un autentico disastro, fin quasi agli anni '70. Pensa che io mi "vergognavo" (è la verità...) di andare in edicola ad acquistare "Urania", e attendevo di essere il solo ad avvicinarmi al chiosco. Negativissime esperienze (che toccavano il dileggio) con compagni di classe o amici o in famiglia mi avevano reso molto sensibile. Devo dire che, parecchio più tardi, ho appreso di non essere stato il solo a patire questa sorta di ostracismo. Agli inizi degli anni '60 ascoltai alla radio un'intervista non ricordo a chi, il quale diceva di essere lettore di fantascienza e ricordava, tra il serio e il faceto, come negli anni '50 lui e alcuni suoi "compagni di vizio" si sentissero quasi dei carbonari e fossero costretti a non divulgare la loro insana passione, pena l'apartheid... Ovviamente da tempo le cose non stanno più così. Devo anche dire che quando nel 1990 uscì il mio romanzo vincitore del premio Urania, "Gli universi di Moras", mi presentai alla direzione della "Gazzetta del Mezzogiorno" per offrire un mio contributo su argomenti, diciamo così, fanta-futurologici e su spunti tecnologici di attualità. La cosa destò interesse; fui messo alla prova. Una collaborazione che dura da sedici anni. Sulla "Gazzetta" ho anche curato rassegne estive di storie fantascientifiche, invitando a collaborare nomi italiani fra i più noti. Da cosa nasce cosa. Otto anni fa Ignazio Lippolis, redattore della "Gazzetta" nonché poeta, fondò il trimestrale di ecologia "Villaggio Globale". Ogni fascicolo sarebbe stato dedicato a un tema specifico; il primo era: l'atmosfera terrestre. Lippolis mi chiese se fossi disponibile a scrivere un raccontino di 3 o 4 pagine, di volta in volta incentrato sul tema del relativo fascicolo. Avevo sempre sognato di poter coniugare fantascienza con ecologia. Mi misi all'opera. "Villaggio Globale" ha trattato moltissimi argomenti e sta per uscire il n° 34 (tema: "il bocciolo"). Chi sia interessato può leggere i testi (inclusi i miei 33 raccontini) anche sul sito della rivista. Ancora, da cosa è nata cosa: nel 2004 ho raccolto alcuni di questi lavori nel volume Storie dal Villaggio globale. 21 racconti tra ecologia e fantascienza. L'anno seguente il libro ha vinto il Premio Italia nella categoria "Romanzo o raccolta di racconti".


In che modo è cambiato, nei decenni, l'atteggiamento della gente comune verso la sf?



Ecco, qui mi dai l'occasione per... contraddire quanto ho appena affermato, O meglio, per fare delle precisazioni. Devo quindi aggiungere che, a parte la faccenda della "Gazzetta" o della rivista d'ecologia, ovviamente non tutto è oro. Resta, specie nelle generazioni meno giovani (talora anche nelle giovani), un fondo di preclusione se non di rigetto che pare sia fisiologicamente ineliminabile. A volte sono stato coinvolto pubblicamente, in modo anche aggressivo. Triste faccenda che mi ha sempre riportato ai tempi peggiori. Ma immagino che sia così non solo al sud. Anche qui avrei un aneddoto, purtroppo non fantastico. A metà anni Settanta pubblicai un romanzo breve su un numero speciale di "Nova Sf" (Libra editrice, rivista fondata e diretta da Ugo Malaguti), unico numero di "Nova Sf" interamente dedicato ad autori italiani. Inviai una copia alla direzione della "Gazzetta" chiedendo se fosse possibile avere una recensione. A quell'epoca non avevo alcun tipo di rapporto con il quotidiano. La mia richiesta venne raccolta e "filtrata" da tale signor Loiacono. Ogni tanto telefonavo al signor Loiacono, chiedendogli se avesse da dirmi qualcosa: quanto meno una risposta, positiva o negativa; ma ogni volta il tutto si risolveva in un rimando. Alla fine, esasperato, richiamai con l'intenzione di togliere il disturbo in caso di un ulteriore dilazione. Mi rispose l'ineffabile signor Loiacono: "Chi parla?" "Sono Catani. Ricorda?" Loiacono: "Ah... sì: l'extraterrestre!" Piantai tutto.


Si sente dire che la fantascienza tratta storie che finiscono sempre male. Secondo te è vero? E perché?


E' vero. Una volta c'erano anche storie ottimistiche, addirittura comiche. Comunque credo sia nella natura della fantascienza il finale catastrofico, o drammatico. E più che alla comicità la fantascienza ricorre alla satira, al grottesco, se non al demenziale. Insomma si ride o sorride a denti stretti di un mondo che scivola sulla buccia di banana, d'un intero universo che ti sbatte la torta in faccia. Si ride per non piangere. La fantascienza rispecchia, proiettato su un futuro di fantasia, l'animo dell'immaginario sociale del momento. E non credo oggi sia tempo di vacche grasse. Da ragazzo l'idea di "futuro", del favoloso "anno 2000", suscitava immagini grandiose, viaggi spaziali di linea, malattie vinte, mondo pacificato, meraviglie tecnologiche. Oggi la precarietà è regola, la maggior parte della gente ogni mattina si conta il denaro in tasca e la situazione internazionale non invita alla distensione. Ombre sempre più lunghe si allungano sui giorni che ci attendono. Chi potrebbe sensatamente anticipare un mondo a venire radioso, di magnifiche sorti e progressive? Tuttavia in queste macerie la fantascienza può se non altro fornire uno spunto diverso, un'idea nuova, qualcosa che comunque possa ridare una speranza. Una visione critica del futuro ma per esorcizzarlo, per dirci: "Vedete, dovremmo evitare che si giunga a quanto ora abbiamo immaginato". Come scrisse Clifford Simak, anche nelle sue peggiori antiutopie "la fantascienza è la narrativa della speranza".


Com'è cambiata secondo te la sf in 50 anni? E la fantascienza oggi ti sembra in declino commerciale? Quali i tuoi autori preferiti?


La fantascienza è cambiata nel tempo, attraversando vari periodi ai quali sono stati attribuiti etichette. L'Età d'Oro (fantascienza avventurosa), la social science fiction (anni '50/60, autori di punta Sheckley, Tenn, Pohl, Kornbluth e altri); New Wave (anni '70, con i vari Moorcock, Ballard, Malzberg, Ellison, Farmer, Disch...); cyberpunk ('80/90, Gibson, Sterling, Cadigan, e mille ancora); post-cyberpunk (Neal Stephenson...) eccetera. Per un lettore che abbia vissuto la fantascienza in Italia dai suoi esordi, non sempre è stato facile accogliere il nuovo e apprezzarlo. Vari miei amici non hanno mai digerito il cyberpunk, o l'hanno semplicemente ignorato. Eppure è stato un filone fondamentale. Col cyber è tornata anche, aggiornata, una nuova fantascienza dalle notevoli implicazioni sociali. Sì, c'è un declino commerciale e soprattutto un declino di contenuti. Sarebbe lungo accennare a tanti motivi intrecciati fra loro. Secondo me, comunque, c'è anzitutto una sorta di stanchezza fisiologica del genere. Poi, oggi la scienza (cui il genere attinge per sua natura) diviene sempre più complessa ed esoterica. Inoltre negli Usa la fantascienza è diventata un business, specie cinematografico, mentre ai "vecchi tempi" gli autori per campare facevano anche altri mestieri; insomma esisteva anche un aspetto sanamente "amatoriale" nello scrivere. E vigeva la buona abitudine dei romanzi di 200 pagine, non di 2000 (solitamente annacquate). Inoltre - come scrivevo prima - è cambiato il futuro; la gente è scoraggiata, difficile che sia disposta a leggere di ulteriori guai dietro l'angolo. Un colpo finale viene dalla contaminazione dei generi. Tuttavia, come giustamente fa notare Valerio Evangelisti, anche se la fantascienza muore, mai nessun'altra narrativa può vantare una morte migliore, perché essa si è dispersa nel reale: il nostro linguaggio è ormai ricco di termini regalatici dalla fantascienza. In tutto questo processo, io resto comunque fortemente ancorato ad alcuni nomi. Dai "vecchi" Williamson, Clarke, Simak, Asimov, Sturgeon, Simak, Sheckley, Reynolds, Pangborn, Lafferty, C.M. Moore, Tiptree jr., LeGuin, Brunner, Silverberg (dal quale ho ripreso molto quanto a scrittura) e altri, ai più recenti Sterling, Egan, e via dicendo. Resto un estimatore convinto della fantascienza italiana; i nomi, diversamente da quanto si pensa, sono moltissimi e vanno, cronologicamente, da un Aldani (ovviamente) a un Evangelisti (ovviamente!), ad altri più recenti come Debenedetti e Cola... Ma potrei riempire una pagina.

Cosa ti sarebbe piaciuto fare e cosa fai in realtà?

Probabilmente lo scrittore a tempo pieno, o comunque un lavoro connesso con la scrittura. O anche con la musica. Da piccolo studiai pianoforte un paio d'anni, poi interruppi distratto da altre cose. Ho rimpianto questa interruzione per tutta la vita. Ora continuo a strimpellare per mio conto, ma la musica conserva per me una parte importante almeno quanto la narrativa. A parte tutto questo ho trascorso in banca 37 anni, l'ultima quindicina come direttore di agenzia qui a Bari. Diciamo che con la banca "campavo", mentre nei ritagli di tempo (di notte, nei sabati, nelle domeniche, in festività, ferie, convalescenze) "vivevo"...

Tu sei un uomo chiaramente schierato a sinistra: come vedi il cambio di rotta nel nostro paese?

Lo vedo con il sollievo che inevitabilmente può provare una persona di sinistra, ma commista ad apprensione per gli sviluppi futuri, e anche con un senso di rassegnazione. Siamo sempre più lontani dal mio concetto di sinistra. Che non corrisponde, sia chiaro, al "socialismo reale" di infausta memoria, né a tutti i regimi totalitari che sono stati etichettati come "comunisti". In realtà nell'Occidente il comunismo, o meglio la sinistra in genere, ha portato - checché se ne dica - grandi benefici, perché ha elevato a una più dignitosa condizione i lavoratori nelle aziende e ha realizzato una redistribuzione del reddito, esiti entrambi a vantaggio di tutti. Se l'Italia, che a fine guerra era un cumulo di rottami e un paese contadino, non è rimasta a uno stadio feudale o di paese neolatino, lo si deve molto a questi risultati della sinistra.
Non per nulla, quasi azzerato oggi il sindacato, dilagano l'incertezza e la difficoltà di crearsi un futuro, continua a crescere il divario tra ricchi e poveri anche all'interno dei Paesi ricchi. Forse per chi non sia di sinistra questo è un buon segno, anzi è giusto che sia così; per me è una regressione imperdonabile, non etica, preoccupante. Perché il denaro circola, anzi ne circola molto più di prima. Altro che crisi, ristrettezza e ulteriori balle. Ma il denaro si ferma nelle tasche dei soliti noti. Negli anni ho scritto varie storie fantascientifiche, di differente lunghezza (da poche pagine a un centinaio) a soggetto apertamente o sotterraneamente politico, nelle quali ci sono personaggi che cercano in qualche modo di contribuire all'edificazione di un mondo diverso.

Universi paralleli, ucronie: che ne pensi? Credi che rivedere ucronicamente il fascismo sia un po' da destrorsi?

Gli universi paralleli sono un tema che amo molto e fra i più affascinanti della fantascienza. Su di esso si incentrava il mio (per ora unico) romanzo, già citato, Gli universi di Moras. Non credo proprio che parlare ucronicamente del fascismo sia da destrorsi. Abbiamo numerosi esempi in campo strettamente fantascientifico, e anche al di fuori della produzione solitamente etichettata come fantascienza. Bisogna vedere da che angolazione si affronta il tema: se in modo critico o apologetico o neutro... posto che si possa restare neutrali su argomenti del genere. Ciò che vale comunque, sia chiaro, è il messaggio che il lettore recepisce, non la dichiarazione d'intenti dell'autore. Spesso l'autore esprime sulla pagina atteggiamenti che vanno al di là delle sue intenzioni, o che le contraddicono: non accade solo se scrive ucronie, naturalmente.


Sf di destra e di sinistra. Come mai, se il mondo degli appassionati è così piccolo, si litiga ancora tanto tra fan dell'uno e dell'altro credo politico?


E' una... vecchia e nobile tradizione di un ristretto gruppo all'interno della fantascienza italiana. La frizione nacque nei primi anni '70, e da allora non si è mai del tutto placata. Da un lato, può essere un segno della vitalità d'una fantascienza nostrana. Dall'altro, in alcuni casi lo scontro ha portato a situazioni come minimo imbarazzanti se non peggio. Secondo me ciascuno deve essere libero di scrivere quello che gli pare. Saranno i lettori a giudicare. Tuttavia da uomo di sinistra, o comunque da uomo non di destra, vorrei ricordare un concetto che forse qui apparirà fuori luogo, ma per me non lo è. Il fascismo - dal mio punto di vista - è stato una rovina per l'Italia, ma non solo perché ci ha trascinato in una guerra di decine di milioni di morti. Lo è stato anzitutto perché era una dittatura. E quindi si avvaleva di squadracce, obblighi a grandi adunate e a iscrizioni al partito unico, divieti di importare alcuni generi di cultura, censura o stroncature di Stato su ciò che si scriveva, prigione e confino politico per gli oppositori, leggi razziali che distrussero migliaia di famiglie, invio in Germania di convogli carichi di ebrei, connivenze col nazismo, orrori contro le popolazioni slave di confine, orrori ed eccidi (anche con gas) nelle famose Colonie, scempi ecologici, e chi più ne ha... Pertanto, anche se tutti i morti sono uguali (da morti), io ritengo fermamente - potrò sbagliare - che la giustizia stesse solo da una parte. Vero, oggi non abbiamo la libertà che molti auspicherebbero e che io stesso desidererei. Ma per l'Utopia ci stiamo attrezzando. Specialmente nelle storie di fantascienza.


Progetti letterari per il futuro?


Ho tre romanzi nel cassetto. Due risalgono a vari anni fa e andrebbero revisionati e ampliati. Ho terminato di scrivere il terzo tre mesi fa, è lungo l'equivalente di 650 vecchie cartelle standard quindi non avrà un collocamento facile... ammesso che si tratti di un lavoro leggibile. Va rivisto anch'esso; s'intitola "Il Quinto Principio" e tanto per cambiare è (anche) la storia di una rivoluzione. Su gentile invito di Massimo Citi, un estratto del romanzo apparità sul prossimo volume di Alia (n° 4, sezione italiana), l'antologia del fantastico edita da CS Coop. Studi Libreria Torino. Inoltre la Perseo Libri ha in corso la pubblicazione in volume dei miei racconti più rappresentativi (una cinquantina di titoli), nella meritoria collana "Narratori europei di fantascienza". Dovrebbe uscire entro l'anno.

La fantascienza e il Professore

Nel 2005 Urania pubblicava L'altra realtà, curioso romanzo borderline in cui lo psicoterapeuta e saggista Giulio Cesare Giacobbe mescolava generi e provocazioni. Vi ripropongo l'interessante intervista che mi rilasciò l'amico Giulio allora...

Giulio, la fantascienza appartiene alla categoria delle seghe mentali?

Indubbiamente sì. Come tutta la letteratura, d’altronde. Anzi, più degli altri generi letterari perché si tratta specificamente di una proiezione fantastica che di solito ha poco a che fare con la realtà. Naturalmente, come tutta l’arte, ha una funzione catartica, e quindi terapeutica utilissima, perché compensa la frustrazione quotidiana. Vi è da dire però che laddove la letteratura fantascientifica non si allontana troppo dalla realtà ma anzi assume la funzione di portare alle estreme conseguenze alcuni aspetti e tendenze della società contemporanea assolve ad una funzione che non è più evasiva e scollegata dalla realtà ma anzi propriamente scientifica in quanto previsione ragionevole dell’evoluzione storica della cultura umana e quindi monito per il presente. Come il mio L’altra realtà o come 1984 di George Orwell (mi si perdoni l’accostamento letterariamente imparitario ma tematicamente corretto).


Quali sono i modelli letterari di Giulio Cesare Giacobbe?


I miei modelli per quanto riguarda la fantascienza sono Robert Sheckley e Douglas Adams, oltre che Ray Bradbury e Franz Kafka. Uno dei miei grandi rimpianti è non avere conosciuto Sheckley di persona, visto che ne avevo la possibilità essendo stato lui spesso a Genova ospite di Roberto Quaglia. Come vedete, l’ignoranza, come dice il Buddha, è la madre di tutti i mali. Vedo la fantascienza, oltre che un specchio del futuro, come un contenitore che comprende tutti gli altri generi della letteratura. Bradbury ha dimostrato che si può fare una fantascienza poetica. Kafka, Adams e Sheckley hanno fatto una fantascienza surrealista. Adams vi ha introdotto l’umorismo. Io, nel mio piccolo, ho cercato di introdurre nel mio romanzo L’altra realtà il poliziesco, il thriller, l’horror, il noir, il comico, il lirico, lo scientifico, lo storico, l’onirico, il surreale e, come piace adesso, l’azione. Proprio per questo, probabilmente, ad alcuni lettori non è piaciuto. Sono abituati ad un unico genere specifico e di fronte ad una varietà di generi si sentono a disagio. Ancora una volta senza volermi paragonare, la stessa cosa è accaduta a James Joyce con il suo Ulisse. Ho paura che come lui dovrò aspettare parecchio, perché il mio romanzetto venga apprezzato.

L'altra realtà è il tuo primo romanzo di fs. Come lo definiresti?

Un romanzo preconitore come 1984 di Orwell, come ho detto. In I robot e l’Impero Isaac Asimov presenta un mondo dove le persone non hanno quasi più contatti fisici fra loro. Non è lontanissimo dalla realtà. Oggi la gente passa molte ore della propria giornata davanti al televisore senza parlare con gli altri. Addirittura ogni singolo individuo ha un suo televisore personale o un computer per lavorare e sta chiuso da solo in una stanza per la gran parte della giornata. Il risultato è una enorme riduzione della vita sociale. Ricordo che quando ero bambino gli abitanti di uno stesso caseggiato si frequentavano normalmente e nei giardini sotto casa si incontravano gli abitanti di un intero quartiere. Oggi quasi tutti gli abitanti delle grandi città non conoscono il proprio vicino di casa. Oggi la frequentazione fra le persone è fittizia. Nelle discoteche e negli stadi non si dialoga, si urla, sia pure tutti insieme. Fra trenta o cinquant’anni ci sarà pochissima gente in giro, nelle grandi città. La realtà virtuale sta facendo, sul piano tecnico, passi da gigante. Non è davvero escluso che si arrivi alle poltrone dell’altra realtà descritte nel mio romanzo.

Un libro che ha destato qualche perplessità tra i fantascientifici schietti. Perché secondo te?

Per una questione di moda e di forma o, se preferisce, per usare un linguaggio cinematografico, di sceneggiatura e di montaggio. Perché le prime quarantasei pagine sono descrittive e i lettori di fantascienza come tutti i lettori di oggi non sanno più apprezzare le descrizioni, abituati come sono all’azione immediata e ai dialoghi veloci delle fiction televisive americane. Io stesso, ho questo condizionamento. Ma io ho voluto mettere alla prova la mia capacità di narratore, non la mia capacità di ottenere un successo di vendite in qualsiasi genere letterario. E poi le mie descrizioni non sono descrizioni di paesaggi o di riflessioni intimistiche, come avveniva nei romanzi fino a trent’anni fa e in qualche caso ancora oggi nell’ambito della cosiddetta letteratura “seria”, cioè intellettualistica e impegnata. Le mie sono sempre descrizioni di azioni. E dopo quelle prime quarantasei pagine L’altra realtà assume un ritmo da thriller che corrisponde perfettamente al gusto contemporaneo. Ma tant’è, quelle prime quarantasei pagine non sono andate giù a molti lettori, stando ai resoconti di un sito autorevole come uraniamania, e in questo tranello è caduto anche un lettore raffinato e d’eccellenza come Emilio Di Gristina (nickname Moebius), sia pure con l’intelligenza di qualche riserva. Ma c’è ancora un altro motivo. L’altra realtà ha la struttura di un giallo. Per buona parte del romanzo non si capisce che cosa accade veramente e quale sia la soluzione del mistero. Tutto si scioglie e si capisce soltanto alla fine. Ma evidentemente i lettori di fantascienza di oggi sono poco avvezzi, al giallo, nonostante vi siano stati illustri esempi in questo senso, nello stesso Sheckley (La settima vittima, Anonima aldilà, Scambio mentale, L’agente X), in Jack Finney (L’invasione degli ultracorpi), in Clifford Simak (La casa dalle finestre nere, Camminavano come noi), in Nigel Kneale (Progetto Quatermass) e in altri autori della fantascienza americana e inglese degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma così doveva essere, per L’altra realtà. Se avessi svelato sin dall’inizio che si trattava di sogni della realtà virtuale il romanzo sarebbe stato banale e noioso. Anche se alcuni sono riusciti a trovarlo noioso lo stesso, io, come autore, ho seguito il mio dovere di renderlo più avvincente possibile. Se non ci sono riuscito è colpa mia che non ho seguito la moda di oggi. Isaac Asimov con Fondazione, Frank Herbert con Dune, George Lucas con Guerre stellari, ci hanno abituati a una fantascienza interstellare e cosmica, affascinante quanto fulgido esempio di sega mentale, di fuga dalla realtà in un improbabile futuro lontano migliaia se non milioni di anni. È quella che va di moda oggi e chi non si incanala in quest’alveo non ha successo. Personalmente sono per una fantascienza come deformazione del quotidiano e previsione di un non troppo lontano futuro. Forse è soltanto una questione di gusti. Ma io ovviamente devo seguire i miei.

Fantascienza italiana, mondo povero e molto litigioso. Perché, secondo Giulio Cesare Giacobbe?

Non lo so e non mi interessa saperlo. Non ho nessuna conoscenza del mondo degli scrittori italiani di fantascienza. Ignoravo persino che ne esistesse uno. Ho conosciuto gli autori liguri e mi sono parsi tutti simpatici e socievoli. Se c’è litigiosità in ambito nazionale è facilmente spiegabile e naturale. Quando la torta è piccola e i commensali sono tanti è naturale che vi sia un po’ di lotta. Personalmente posso permettermi il lusso di rimanerne fuori. Primo, perché il mio mestiere vero, nel mondo dell’editoria, è quello del saggista e non del romanziere (probabilmente, visti i risultati, L’altra realtà rimarrà il mio primo e ultimo romanzo di fantascienza e anche tout court perché a me gli unici romanzi che interessano sono quelli di fantascienza). Secondo, perché un mondo editoriale talmente piccolo da obbligarci a fare questi interessanti discorsi nell’ambito di un sito personale, per quanto carino, non mi interessa. Non per questioni di budget ma di comunicazione. Ho abbandonato il ristrettissimo mondo delle pubblicazioni scientifiche, che se è come dici tu ha molti punti in comune con quello della fantascienza perché nessuno legge nessuno e se ne è costretto ne parla male, per comunicare con la gente attraverso pubblicazioni di interesse collettivo e non vedo nessuna buona ragione tranne quella che ne ricaverei un puro piacere personale nel farlo, per rinunciarvi.

Hai in serbo qualcosa di fantascientifico per il futuro, o L'altra realtà rimarrà un "one-shot"?

Per le ragioni che ho detto, credo che rimarrà un “one-shot”. Se avessi centrato il bersaglio probabilmente avrei continuato perché mi piace. Ma non sono uno scrittore che scrive nonostante i lettori. Oggi che sono diventato uno scrittore di successo potrei anche permetermi il lusso di farmi pubblicare romanzi di fantascienza che non piacciono a nessuno, come a essere onesto ho fatto con L’altra realtà, per il quale ho ricattato Mondadori e per il quale ho la sola scusante di non aver capito che così sarebbe stato e di essermi lasciato andare a quel mio gusto che oggi è fuori moda. Imporre ai lettori dei libri che loro non vogliono per pura esibizione di potere editoriale è una violenza che altri forse fanno ma che io non voglio fare. Se scriverò mai ancora un romanzo di fantascienza (e la tentazione è forte) me lo terrò ben chiuso nel cassetto e lo farò leggere, se proprio lo vorranno, a soli pochi intimi.

mercoledì 9 giugno 2010

Chi ha paura della verità?

Solo dopo giorni, e smaltito lo sdegno iniziale contro Israele, trovo modo di esprimere qualche altra considerazione a proposito di quanto accaduto al largo di Gaza. I media ci hanno proposto il rientro in Italia di alcuni pacifisti trattenuti dalle autorità israeliane. Tra costoro, Manolo Luppichini, che ricostruisce a caldo quanto sperimentato su una nave prossima alla Mavi Marmara. Al di là dell'enormità di quanto accaduto - l'uccisione di almeno nove o dieci persone - anzi, proprio in forza dell'enormità di quanto accaduto, sarebbe opportuno saperne di più. Chi era la gente armata che ha reagito all'attacco israeliano, o che, attaccando i soldati all'abbordaggio, potrebbe avere concorso a una reazione omicida?
Perché Luppichini, che oltre a essere testimone diretto di molti eventi, è anche giornalista, non ha proferito verbo su questo fondamentale aspetto della vicenda? Perché, nel non limitarsi a quanto direttamente ha visto, ha ritenuto di riferire anche dei "si dice" non facilmente riscontrabili?
Perché in ultima analisi Israele avrebbe dovuto organizzare una strage a freddo, ben sapendo che questo gesto l'avrebbe isolata internazionalmente, senza contare l'apertura di un'inedita polemica all'interno della stessa opinione pubblica dello Stato Ebraico?
E perché mai, infine, in questo mondo che reagisce in modi non del tutto prevedibili, il più trito dei Muri di Berlino resuscita proprio a Roma?
Vero è che in queste sabbie mobili oggi affonda a quanto pare anche un'istituzione della stampa come la Reuters, ma sarebbe ora di mettere un a capo e ricominciare a fare informazione come si deve. Interpellando tutti, mettendo a confronto tutte le versioni. Bisogna fare presto, però: la verità non è un monoblocco, ma la ricostruzione, mattoncino per mattoncino, di tutte le concause di un evento. Sostenere che non si ha bisogno di questo essenziale processo di trasparenza significa rinunciare alla propria facoltà di critica in nome delle sovrastrutture ideologiche che presiedono all'interpretazione che ciascuno dà dei fatti. Significa pensare che i fatti, se accertati, possano incrinare questo mondo, e in sostanza, invalidarlo. Significa, in ultima analisi, nascondere la verità perché se ne ha paura.

sabato 5 giugno 2010

Incredulità vo sospendendo...

Altrove mi si chiede di chiarire un concetto che con molta acutezza si dice debba presiedere alla creazione di ogni vicenda fittizia, e dunque non solo un romanzo di genere fantastico, ma anche e soprattutto un romanzo tout court: la sospensione dell'incredulità. In breve, un'apertura di credito da parte del lettore all'autore del libro che sta leggendo, e cioè la volontà di sospendere le proprie facoltà critiche passando sopra incongruenze non sostanziali dell'opera e in ultima analisi, godersela.
Così scriveva Coleridge nell'Ottocento.
E modestamente, io aggiungo che alla sospensione dell'incredulità concorre un insieme di artifici stilistici e narrativi: anche quelli devono essere in grado di far dimenticare al lettore che proprio di una vicenda di fantasia si tratta.
Insomma, di riffa o di raffa, il lettore deve credere in quanto gli si narra, deve dimenticare di star sfogliando un romanzo, si deve convincere che quanto sta leggendo potrebbe essere vero, o comunque verosimile.
Ovvio che in fantascienza questa regola conta parecchio: in Battlestar Galactica sarò propenso a non fare caso all'assoluta improbabilità di navi senzienti che combattono nello spazio o a cloni che si replicano pressoché all'infinito, perché l'interazione fra i personaggi mi farà entrare in un complesso universo di interrelazioni, queste sì, tutte molto credibili. Una quasi soap-opera al servizio della credibilità della trama, mi chiederete? Non proprio, ma all'occorrenza anche questo.
In Farscape dovrò fare appello a tutte le mie forze per mettere un diaframma iniziale tra la missione originaria di John Crichton, tutto sommato ancora abbastanza credibile, e il serraglio di creature invece impossibili che il precipitare di questa missione gli apre, una volta che la sua navetta finisce in un tunnel spaziale: un espediente, questo della porta verso un altro mondo, che con ogni evidenza pare funzionare, se si pensa anche al successo della serie di Stargate.
Ci mettiamo una porta, e dietro c'è di tutto. Un po' come in Narnia, ma anche in Harry Potter.
Oppure cambiamo chiave, alla porta sostituiamo l'isola, ed ecco Lost.
Fin qui però abbiamo parlato di serie televisive: la TV è un potente mezzo in cui la realtà e la fantasia tendono a fondersi con più facilità, e la soglia di credulità di chi ne fruisce tende corrispondentemente ad alzarsi: l'odierna videocrazia ne è una testimonianza evidente.
In un romanzo l'operazione è più complessa, perché di norma chi si avvicina alla parola scritta è più smaliziato di chi fruisce della televisione - è questione di numeri - e più esigente di chi si abbandona al grande schermo. Di norma, ma non sempre.
Tuttavia, quando una trama letteraria naufraga nell'improbabile, in genere lo smottamento appare subito evidente. Vediamo come.
A volte un autore pensa di favorire la sospensione dell'incredulità ancorandosi a descrizioni meticolose: nella letteratura fantastica capita spesso con le ucronie, e il risultato purtroppo sono pesantissimi infodump - altro termine misterioso - in cui il lettore viene sottoposto a ogni forma di tortura cronologico-alternativa per spiegare nel dettaglio come mai le ali della farfalla hanno battuto a destra anziché a sinistra. E giù con cronache degne di Giulio Cesare su battaglie ipotetiche e cadute conseguenti di governi, il tutto rigorosamente immaginario; l'immaginazione sfrenata a cui si pone una regola di "verosimilità" per dimostrare che la catena allostorica di eventi avrebbe rigorosamente portato proprio al risultato che ci sta a cuore.
Altre volte un autore preferisce mantenere il contesto volutamente indefinito e ancora la sua presunzione di essere "creduto" a solide tecniche di introspezione o analisi psicologica: in un romanzo di genere fantastico ci descriverà a colori sfumati un contesto post-catastrofe o una società futuribile, per usare poi ogni tipo di matita e carboncino per proporci qualcosa che ci è già familiare: il rapporto genitori-figli, il complesso di Edipo, la formazione di un adolescente. Insomma, topoi in cui tutti possano riconoscersi.
Alle volte il meccanismo riesce: China Miéville dipinge il mondo alternativo steampunk di Perdido Street Station in modo così naturale che pare quasi di stare a Londra senza far troppo caso che, invece dei piccioni, svolazzano i dragomini;
altre volte ci si commuove al percorso di liberazione di Enki in Nessun uomo è mio fratello, ma se si alza lo sguardo dai tacchi del protagonista in marcia, il contorno appena abbozzato da Clelia Farris pare altrettanto impalpabile di un limbo. Un non-luogo.
Altre volte ancora i protagonisti sono così vivi e vitali che un mondo del tutto improbabile come la Cetaganda di Lois McMaster Bujold ci appaia invece del tutto giustificabile, al punto di vederne nella mente le strade, di notare la ricchezza degli abiti delle Haut-Lady e le maschere variopinte dei Ghem-Lord.
Cosa presiede, dunque, al funzionamento del meccanismo, fermo restando che ciascuno di noi ha una sua precisa soglia di incredulità? In buona sostanza, io penso, la qualità di una penna.
E,non ultimo, la bontà dell'idea che questa penna deve descrivere.

giovedì 3 giugno 2010

L'ucronia in Italia

Anche qui, in attesa dello spegnersi del benemerito sito The Uchronicles, con una doverosa rispolverata e un'altrettanto necessaria attualizzazione, ecco una piccola summa su quanto di più significativo in campo ucronico è stato scritto in Italia. Non ho ritenuto opportuno inserire le mie cose per una forma di vergogna di ritorno. Chi vuole, se le vada a vedere qui. :-)



Muovere i primi passi nel mondo della storia alternativa italiana
significa partire da molto lontano, e rischiare la commistione con la fantascienza, o comunque con quel genere di letteratura fantastica che, soprattutto a partire dal Novecento, anche nel nostro Paese fu ispirazione per racconti non proprio fortunati. Fra gli autori, spiccano nomi come Capuana, Gozzano, Bontempelli. Nel 2001, la Casa Editrice Nord pubblica, a cura di Gianfranco de Turris e Claudio Gallo
un'antologia intitolata Le aeronavi dei Savoia. Tuttavia, c'è chi sostiene che Storia della Toscana fino al Principato sia il primo testo italiano di storia alternativa: fu stampato ai primi dell'Ottocento, autore il favolista e poeta Lorenzo Pignotti (1739-1812): punto di divergenza, un 1492 in cui Lorenzo de' Medici non muore e riesce a salvare l'Italia dalle invasioni straniere, oltre che l'Europa dai Protestanti. Più vicini a noi, esistono tuttavia dei testi-caposaldo. In primo luogo occorre citare Asse pigliatutto di Lucio Ceva (1973). Poi Guido Morselli.
Figura assolutamente fuori dai canoni, scrittore unico e corrosivo. Due le opere
che si possono, con tutte le riserve del caso, considerare allostoriche:
Roma senza Papa (1974) e Contro-passato prossimo (1975). Poi c'è il politico e saggista Giorgio Ruffolo . Di lui, nel 1991, esce il curioso romanzo Il cavallo di Federico , vincitore di un premio Fregene. Ancora nel 1991, per i tipi di Lindau ,esce il romanzo Ascolta, Israele,
di Ugo Bonanate: l'ipotesi ucronica è lo sterminio delle prime comunità
cristiane e il successivo affermarsi dell'ebraismo come religione predominante
nei Paesi occidentali. Nel 1995 il Premio Urania viene assegnato a Luca Masali,
che lo vince con un curioso romanzo, I biplani di D'Annunzio: un pilota italiano
della Prima Guerra Mondiale si ritrova invischiato in una guerra temporale volta
a cambiare la storia. Il 1996 segna la pubblicazione de Gli anni dell'Aquila, di Errico Passaro,
casa editrice la Settimo Sigillo di Roma. Nel 1998 il Premio Urania viene invece assegnato a Franco Ricciardiello,
autore di Ai margini del Caos: un quadro realmente esistente diventa una sorta di porta fra i mondi. Tra le altre
opere di Ricciardiello, va segnalato il racconto Torino,
comparso nel 1995 nella raccolta curata da Franco Forte (Fantasia. III volume,
Raccolta Millelire 5, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo). Di interesse
è il commento dell'autore, contenuto su un sito web.
Il 1999 è un anno chiave. L'editore Il Cerchio pubblica Il volo dell'Aquila, autore Tullio Bologna:ambientazione medievale per un protagonista che tenta, con secoli di anticipo,l'unificazione dell'Italia. Sacro e magico si inseguono in un romanzo che, più che di ucronìa vera e propria può considerarsi di heroic fantasy. Anno chiave anche per un'insolita quanto interessante operazione editoriale: la casa editrice romana Settimo Sigillo, per iniziativa di Gianfranco de Turris, pubblica un volume "double face" sul tema dell'Italia alternativa fascista e comunista. Si tratta di L'estate e l'inverno di Maurizio Viano e di Supplemento d'indagine di Pierfrancesco Prosperi, due opere assolutamente complementari. Entrambe erano peraltro già comparse in pubblicazione singola nel 1997. Prosperi aveva peraltro già pubblicato nel 1993, con la Nord, Garibaldi a Gettysburg, vincitore di un Premio Italia nel 1994. Nel 2000, ancora la Settimo Sigillo propone un'antologia il titolo è Fantafascismo! Storie dell'Italia ucronica. Tra mille polemiche si sfonda di nuovo un muro, che è quello della ricostruzione fantastica di un'Italia in cui il fascismo è vincitore e non vinto. Ci avevano già provato,va detto, Marco Ramperti col suo Benito I imperatore, Roma, 1950, romanzo in cui il Duce fra il suo ingresso trionfale a Roma su un cavallo bianco il 25 aprile del 1945, dopo che l'Asse ha vinto la guerra grazie all'impiego dell'atomica; e Pier Carpi, nel 1972, con La morte del Duce, opera peraltro contenuta nella raccolta Fantafascismo!
Fra il 2001 e il 2006 esce poi la trilogia di Occidente di Mario Farneti:
Occidente, Attacco all'Occidente, e Nuovo Impero d'Occidente, ucronie il cui punto di divergenza è un'Italia
fascista in cui Mussolini sceglie nel 1940 la strada della neutralità. Nel 2005 Gianfranco De Turris, noto specialista del settore, cura per l'editore Vallecchi
un'antologia di racconti di storia alternativa, intitolata Se l'Italia.
Lo stesso anno, infine, per i tipi della Robin, Massimo Mongai pubblica la sua antologia ucronica mussoliniano-satirica Il Fascio sulle Stelle.
Il genere guadagna poi una firma illustre in Enrico Brizzi, che tra 2008 e 2009 pubblica due notevoli ucronie in cui l'ambientazione gioca un ruolo fondamentale: L'inattesa piega degli eventi, in cui al centro della vicenda c'è una vera e propria dichiarazione d'amore verso il calcio e l'Africa, e il prequel La Nostra Guerra, un po' più sul filone caro ad Harry Turtledove, ma non privo di pennellate quasi felliniane.
Venendo alla saggistica, occorre citare la rivista specializzata di fantascienza Delos. Il numero 42
(dicembre '98 - gennaio '99)è interamente dedicato al tema dell'ucronìa, con articoli
e interviste.
A dare il suo contributo anche Piergiorgio Nicolazzini, nell'antologia I mondi del possibile,
pubblicata dalla Nord nel 1993.
Il 12 aprile 2006 la storia alternativa ha finalmente raggiunto gli onori della cronaca televisiva, con
una puntata de La storia siamo noi di Gianni Minoli dedicata alle ucronie e al caso particolare dell'Italia
possibile neutrale nel 1940.
Per chi volesse compiere ricerche più approfondite, nel campo sia della fantascienza che
della storia alternativa, esistono su internet due risorse a mio avviso imprescindibili:
la prima, in italiano, è il Catalogo del compianto amico Ernesto Vegetti; la seconda, in lingua inglese,
è il database di Uchronia.net.


mercoledì 2 giugno 2010

Rigore e sogno: Gianfranco Viviani

E sempre da un vecchio archivio, ripesco questa intervista a Gianfranco Viviani, che per certi versi è l'antitesi di Charles Stross: per quanto Charles è atipico e bizzarro, Gianfranco è sistematico, rigoroso. Un simbolo e un riferimento per chiunque in Italia abbia mai scritto fantascienza. Prima con l'Editrice Nord, poi con Odissea di Delos Books. Insomma, un caposaldo culturale.




Qual è stato il primo scritto di fantascienza che hai tenuto in mano?



Da quando ho cominciato a leggere fantascienza ho letto tanti di quei romanzi che a volte nemmeno rivederne il titolo mi fa ricordare di che storia si trattasse. Prima ancora di arrivare a Urania, che è stato un passo quasi obbligatorio per la gente della mia generazione, tra gli undici e tredici anni avevo letto i classici: Verne, Wells, Poe, Mary Shelley. A quei tempi (parlo degli anni 1948-1951) la mia famiglia si era trasferita in un piccolo paesino calabro ai piedi dell'Aspromonte nel quale non ho mai capito cosa ci facesse la gente (cinquant'anni dopo sono tornato a vederlo e anche il quell'occasione mi sono posto la stessa domanda), lì non c'erano librerie e nemmeno edicole, così quello che potevo leggere erano i libri che riuscivo a trovare nelle case di amici. Poi finalmente sono tornato a Milano e qualche anno dopo qualcuno mi ha regalato due fascicoli usati di Urania, e ancor più dei classici, quei due romanzi sono quelli che ricordo con maggior nostalgia. Si trattava di "Cristalli sognanti" di Theodore Sturgeon e di "Livello 7" di Mordecai Roshwald. Inutile dire che da quel momento e per molti anni ho consumato un Urania ogni due giorni, occupando piacevolmente le tre ore giornaliere di tram che mi ci volevano per andare a lavorare.

Tu hai tenuto i contatti con decine - a dir poco - di autori di sf. Qual è quello che ti ha colpito di più come persona e perché?


Ce ne sono tre in particolare che mi hanno colpito: Harry Harrison, Frederik Pohl, Alan Dean Foster. Tre persone splendide. Quando li conobbi erano all'apice della loro fama, eppure mi sorprese la loro modestia il loro cameratismo, la loro disponibilità. In Italia conoscevo autori che per il solo fatto di aver pubblicato un libro guardavamo tutti dall'alto in basso con la puzza sotto il naso; quei tre americani, invece, pur essendo famosi, ricchi e tradotti in tutto il mondo, non si facevano problemi a socializzare, a rimanere seduti per terra tutta la notte con gli amici e i fan a bere birra e chiacchierare e scherzare con chiunque. Per me è stato come scoprire un mondo nuovo e la cosa mi ha tanto colpito che in qualche modo ha anche condizionato il mio rapporto con la gente.


C'è qualche aneddoto che ricordi?


Un giorno il mio amico Karel Thole, che era assiduo frequentatore delle Conventions mondiali di fantascienza, mi disse: " Senti, Gianfranco, ormai tu operi da cinque anni in questo settore, ma se non ti muovi, rimarrai sempre uno sconosciuto, piccolo editore italiano. E' arrivato il momento che io ti presenti tutte le persone che contano nel mondo della fantascienza, persone che ti possano spianare la strada nel tuo lavoro. Quindi preparati che dopodomani andiamo a Dublino". A Dublino si teneva la Conferenza Internazionale degli operatori della SF. Non sapevo una parola d'inglese, avevo paura perché sarebbe stato il mio primo volo, ma non esitai ad accettare. Il primo giorno rimasi tutto il tempo zitto sulla mia sedia ad ascoltare senza capire quello che dicevano i vari relatori: Karel mi disse che autori, traduttori, editori, agenti letterari, esponevano le loro idee su come dovesse evolversi l'editoria di fantascienza, sulla opportunità di scrivere romanzi brevi piuttosto che lunghi, su quanto fosse opportuno continuare a far pagare caro il diritto d'autore nei paesi dell' Est europeo, piuttosto che ribassarlo. Ero un po' deluso. Poi dalle 23 di quello stesso giorno le cose cambiarono. Dopo cena, Karel annunciò che in una certa camera al sesto piano dell'albergo si teneva un room party e che dovevamo andarci. "Ma sei matto? Non siamo invitati e non conosco nessuno" "Vieni" tagliò corto Karel. Arrivati davanti all'uscio, Karel bussò e dall'interno si sentì un vocione urlare: "Avanti" in italiano. Era Frederik Pohl. Non ho mai saputo se Karel li avesse avvisati, ma in quel momento ebbi l'impressione che mi stessero aspettando. E quell'avanti per me assunse il significato di "benvenuto nel nostro mondo". C'erano veramente tutti e, incredibilmente, molti di loro sapevano il francese, così parlai tutta la notte, e continuai giorno e notte nei successivi tre giorni, tra boccali di birra irlandese che favorivano gli scambi di idee. Non sto a elencare i nomi di tutti, ma strinsi amicizie che negli anni successivi furono determinanti per il mio lavoro.


E' vero che i romanzi di sf che escono negli Stati Uniti sono meno curati di quelli che escono in Italia? E perché?


Non si può generalizzare. Ci sono fior di autori che curano le loro opere nei minimi particolari, però ci sono anche autori meno esperti che hanno fretta di consegnare il manoscritto all'editore. Da quello che vedo, molti editori americani si fidano dell'autore e non eseguono editing sulle opere che pubblicano, perciò quei libri contengono numerosi strafalcioni di stile e di struttura che forse passano inosservati ai lettori USA, ma che quando vengono tradotti in italiano è necessario rivedere, mettendo a posto quello che l'autore ha dimenticato di fare. Da questo punto di vista le opere che escono in Italia sono più curate.


Che cos'è la fantascienza per Gianfranco Viviani?


Edgar Allan Poe diceva: "Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte" A me la fantascienza ha sempre fatto sognare di giorno e di notte. Ha aperto la mia mente alla tolleranza per i diversi, mi ha proiettato in mondi allegorici che non sono altro che lo specchio in cui si riflette il modo in cui vorremmo vedere il nostro, mi ha divertito anche nei momenti tristi in cui non avrei potuto farlo. E nonostante si dica che la fantascienza sia una narrativa d'evasione, a me ha dato importanti spunti di riflessione.

L'uomo singolare

Si fa molto parlare di Singolarità e nuovi linguaggi per la fantascienza, e questo mi spinge a ripubblicare un'intervista che mi concesse quattro anni fa Charles Stross. Era appena uscito oltreoceano il suo seminale Accelerando e certe tematiche erano trattate in modo ancora embrionale. Oggi, anche grazie a Stross, e nonostante i limiti della sua prosa, questi temi sono la normalità in fantascienza.




Che cos'è questa Singolarità di cui scrivi?


Il ritmo del cambiamento tecnologico è in continua accelerazione e, se si analizza questa tendenza, si arriva ad un punto in un futuro non troppo lontano oltre il quale l'estrapolazione tradizionale diventa inattuabile. L'idea della Singolarità non è completamente nuova. Robert Heinlein per primo evidenziò le implicazioni dell'esponentizzazione del cambiamento in un saggio del 1945, ma fu Vernor Vinge tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 (epoca in cui lavorava come professore di informatica) a chiedersi come tale idea potesse essere applicata all'Intelligenza Artificiale. Il suo primo discorso pubblico di rilievo in materia (presentato ad un simposio della NASA nel 1993) è disponibile online qui.
Essenzialmente, Vinge postulò una serie di fattori che, nel loro insieme, indicavano la probabilità che l'uomo arrivasse a sviluppare intelligenze meccaniche entro pochi decenni. Se si è in grado di realizzare un software di IA con una potenza cognitiva equivalente a quella di un essere umano, la si può anche far funzionare più velocemente rispetto al tempo reale dotandola di maggiore potenza di elaborazione: si ottiene così un'intelligenza *lievemente sovrumana* in grado di sviluppare molti anni di ragionamento - potenzialmente migliaia di anni di ragionamento umano - in un brevissimo lasso temporale (mesi, giorni, ore… o persino secondi).
Vinge ipotizza poi che possano esistere tipi di conoscenza migliori e più potenti del nostro, superiori al nostro intelletto nella stessa misura in cui noi siamo superiori a una rana o ad un verme. Se creature con un tipo di intelligenza generica come la nostra possono costruire un'intelligenza artificiale che opera in tal modo, allora le IA *lievemente sovrumane*, concentrando migliaia di anni di lavoro in un breve intervallo di tempo, si evolveranno fino a diventare un'intelligenza *fortemente* sovrumana. E, a quel punto, non avremo più il controllo del nostro mondo, non più di quanto il mio gatto di casa non controlli le azioni della mia famiglia.
Vinge non era l'unico a lavorare su queste idee -- in particolare, il Professor Hans Moravec della CMU discusse a lungo le implicazioni dell'IA nel suo libro "Mind Children" - ma fu certamente il primo scrittore di fantascienza a farne il fulcro della propria narrazione a partire dalla fine degli anni '80 con romanzi come "Marooned in Realtime" ("I Naufraghi del Tempo") e "A Fire Upon the Deep" ("Universo Incostante").
Venendo a me, tra la metà e la fine degli anni '90, io ho lavorato per alcune società internet emergenti. Nel 1997, venni assunto con l'incarico di programmatore #1 da una nuova compagnia operante in un ambito che proprio allora si stava affermando con il nome di "dot-com" (firmai un contratto come collaboratore alle dipendenze dei due soci fondatori due settimane prima che la società fosse registrata). Con mia enorme sorpresa, la compagnia fu un successo - essa offriva infatti un servizio necessario a tutti (la capacità di accettare pagamenti effettuati con carta di credito via internet per le banche inglesi) e si espanse a dismisura.
Negli anni '90, parlavamo scherzando solo a metà di "anni internet" - un anno internet corrispondeva a cinque anni di tempo reale: in dieci settimane assistevamo a cambiamenti che una compagnia normale avrebbe vissuto in dodici mesi. Le conseguenze su di me si fecero presto sentire: lo stress di mantenere sempre in funzione i server della compagnia con una crescita mensile del giro di affari pari ad un tasso composto del 30% mi portò molto vicino ad un esaurimento nervoso. Intorno alla metà del 1999, la mia mente viveva in uno stato di strana alterazione ed io, invece di crollare, riuscii a proiettare all'esterno parte del mio disagio iniettandolo in una novella che aveva l'intento di racchiudere almeno parzialmente la sensazione di vertigine data dall'essere al centro del boom dell' industria dot-com al momento del suo culmine. Quella novella era "Lobster" e siccome sembrava aver bisogno di un seguito, un paio di mesi pi? tardi cominciai a scrivere un sequel - e a metà strada mi accorsi di avere un arco narrativo suddiviso in nove parti ed un tema:
"Accelerando" è la saga di una famiglia. Essa segue per circa un secolo di tempo reale tre generazioni di una famiglia altamente disfunzionale ed il brusco picco di una singolarità tecnologica. Il tutto visto con gli occhi di un'entità che in principio è il gatto domestico robot della famiglia e che, successivamente, si evolve in qualcosa di molto più bizzarro.


Alcuni critici hanno sostenuto che tu abbia riportato il cyberpunk nell'ambito della fantascienza. È così?


Non direi.
In passato, verso la metà degli anni '80, leggevo William Gibson come facevano tutti (ricevetti persino alcune copie di CHEAP TRUTH da Bruce Sterling per posta!). Ero un aspirante cyberpunk adolescente. Ma col tempo mi è passata. Forse l'effetto più importante che questa influenza ebbe sulla mia vita è stata la spinta verso lo studio dell'informatica ed un lavoro nell'industria dot-com. Se ACCELERANDO sembra un'opera cyberpunk è perché all'epoca dormivo su un materasso in mezzo ad un appartamento che condividevo con una ragazza dai dreadlocks viola e con 18 computer e un feed di notizie internet, pianificando la mia defezione da una dot-com all'altra. Avrei potuto scrivere un tema sulla mia vita ("che cosa ho fatto questa settimana in ufficio") e se lo avessi potuto spedire via e-mail a Gardner Dozois nel 1980 sarebbe stato definito cyberpunk, ma di tipo troppo bizzarro ("cos'è questa storia dell'Unione Sovietica che si disintegra?").

Sembra anche che tu abbia l'abitudine di collocare piccoli "infodump" all'interno dei tuoi capitoli di modo che il lettore non perda l'orientamento in mezzo a tanta tecnologia. Come mai?


Questo è vero soltanto per ACCELERANDO (e in misura minore per il mio ultimo romanzo di fantascienza, HALTING STATE - in cui, come avrai notato, le parole "singolarità", "computer" o "software" non appaiono mai). Uso stili diversi laddove necessario; ACCELERANDO era così complicato che ho ritenuto fosse meglio includere degli infodump per evitare che il lettore si sentisse completamente perso. Ma normalmente non scrivo ad un tale livello di complessità.


Fantascienza e scienza: un rapporto difficile. Tu, Vinge ed Egan sembrate attribuire un ruolo molto importante alla scienza nei vostri romanzi. Avere una preparazione scientifica è dunque necessario per scrivere fantascienza di buon livello?



Possiamo certamente dire che un'opera narrativa è mal progettata se al suo interno i personaggi si comportano in maniera non realistica o incoerente. Allo stesso modo possiamo criticare un romanzo storico che riporta i fatti in modo errato o un romanzo poliziesco tradizionale in cui le prove contro il colpevole alla fine non risultano convincenti. È dunque lecito criticare un'opera di fantascienza in cui i presupposti di base sono contraddittori o in cui le leggi della natura vengono infrante più per errore che per scelta dell'autore: non perché l'opera non riveli la condizione umana ma in quanto macchiata da un'esecuzione poco curata: In questo caso è logico supporre che anche le conclusioni tematiche di tale opera siano altrettanto frettolose.
Ma, in ultima analisi, se uno cerca il rigore scientifico dovrebbe leggere NATURE o SCIENCE e non un romanzo. Ciò che scriviamo è finzione e ha lo scopo di intrattenere e di svelare la natura umana: e sebbene sia nostro dovere nei confronti dei lettori cercare di dare il meglio, non bisogna perdere di vista l'obbiettivo finale.

La fantascienza cerca di descrivere il mondo che verrà. Il genere fantasy descrive mondi immaginari. Come mai secondo te il fantasy ha più successo sia nelle librerie che al cinema?


Viviamo in un tempo di continui cambiamenti e il fatto che la struttura più popolare dei romanzi fantasy sia basata sulla riconciliazione non è casuale; la vera natura del mondo ha perso il suo equilibrio, è necessario agire e imbarcarsi in ardue ricerche ma, alla fine, il bene trionferà ed il mondo ritroverà la sua stabilità. Si tratta di una struttura essenzialmente normativa - tutto ritorna com'era prima. Al contrario, la fantascienza è una letteratura del cambiamento dirompente. In primo luogo, la complessità e la profondità dei cambiamenti dirompenti che prevediamo ne rendono difficile la rappresentazione (e persino la comprensione) in forma narrativa. Sappiamo troppo del sistema solare per scrivere allegramente di viaggi verso i pianeti o storie d'amore su Marte senza prima esserci fatti strada attraverso volumi di ricerca planetografica e libri sul volo dell'uomo nello spazio. Questo priva la Fantascienza di gran parte dell'evasione e del romanticismo. Ciò che rimane è qualcosa che appare come un poliziesco terribilmente complicato o un fantasy con i tranelli della fantascienza (per esempio, le navi da guerra spaziali). In secondo luogo…la gente legge per svagarsi. E dopo aver subito i colpi di un' indesiderata incertezza per tutto il giorno, non si desidera altro che la semplice consolazione offerta dal fantasy. L'intera civiltà occidentale sta già soffrendo di quello che Alvin Toffler identificò come "future shock", shock da futuro: il mondo cambia troppo velocemente perché noi possiamo comprenderlo pienamente e questo ci lascia con un senso di insicurezza, indecisione ed infelicità.

martedì 1 giugno 2010

Mainstream e genere


Come avevo anticipato, eccomi alla riflessione, più che recensione, su due titoli letti di recente. Uno, ultimissimo, che poi è quello che mi ha acceso la classica lampadina nella testa; l'altro, di qualche tempo fa, protagonista altrove di un'accesa discussione, di quei dibattiti che un tempo si dicevano "ideologici", perché dividono gli schieramenti in due posizioni nette e contrapposte, quasi aprioristiche.
Ma sto divagando.
Ecco i titoli. Il primo è 35 miglia a Birmingham, prima opera di James Braziel, fresca fresca pubblicazione di Urania e, secondo la stessa postfazione dell'ottimo curatore Giuseppe Lippi, un romanzo "ereditato" dalla storica collana di fantascienza di Mondadori perché la casa madre non sapeva dove collocarlo. Romanzo di frontiera, insomma, romanzo borderline.
Il secondo è l'ormai famoso Nessun uomo è mio fratello di Clelia Farris, vincitore della seconda edizione del Premio Odissea e pubblicato da Delos Books.
In entrambi i casi, a mio avviso, siamo al cospetto di due ottimi romanzi di mainstream, la cui unica vera pecca è il passo assai lento - un po' più decisamente monocorde l'opera di Braziel. L'altro difetto è quello di essere presentati come romanzi di sf.
Rispetto a tale definizione si invoca l'ambientazione dei due romanzi: quello di Braziel è collocato in un prossimo futuro in cui lo strato di ozono che protegge l'atmosfera è saltato e il sole arroventa una terra devastata. In Nessun uomo è mio fratello ci troviamo a nostra volta in un futuro più o meno vicino, in cui l'umanità, per motivi imperscrutabili, si divide - geneticamente? meccanicamente? arbitrariamente? Non è dato saperlo - in Vittime e Carnefici; a distinguere le due, chiamiamole Razze, un segno sulla pelle. I Carnefici possono liberamente uccidere le Vittime e si intuisce che l'omicidio è perfetto se esiste una perfetta corrispondenza, anche qui di natura mistica e non spiegata, tra Carnefice e Vittima, ma non si esclude che ogni Carnefice possa tranquillamente sbarazzarsi di ogni Vittima che trovi sulla sua strada.
Ciò che a mio avviso accomuna i due volumi è l'analisi di un rapporto controverso e distruttivo col padre. In Nessun uomo è mio fratello il protagonista Enki vive da schiavo in un rapporto padre-padrone; in 35 miglia a Birmingham il padre di Mat è un ex ballerino costretto a diventare minatore: contrariamente al mostro che vediamo impazzire nel romanzo di Clelia Farris, qui siamo al cospetto di un uomo gentile e premuroso, che riesce però a invischiare talmente il debole Mat fino a rovinargli la vita. Non che Mat sia un carattere forte, e dunque di fatto la vita se la rovina in gran parte da solo, ma la figura del padre è ampiamente al centro di questo percorso di prigionia tutta interiore.
35 miglia all'alba conta 246 pagine. 246 pagine di dialogo interiore tra un protagonista debole e il suo io, assolutamente determinato - e questa forse è la nota intrigante, i deboli che alla fine sono più forti anche di chi sulla carta li dovrebbe dominare - a non cambiare la propria vita; una vita che a questo punto ci si può chiedere se sia di fatto rovinata, o non invece proprio la vita che Mat vuole, senza responsabilità e senza impegni verso gli altri.
In Nessun uomo è mio fratello, invece, dopo la fine del rapporto col padre Enki, che è una Vittima, intraprende una fuga verso la libertà. Al lettore l'arduo compito di stabilire se si tratta di un tentativo coronato dal successo oppure no. Quel che conta è che anche qui la psicologia conduce le danze, e in modo molto sofisticato, così che alla fine, nonostante lo svolgimento di una trama, si ha la sensazione di avere assistito a un flusso di coscienza del protagonista.
Due opere sofisticate, si diceva, entrambe degne di stare su uno scaffale; l'amante del genere fantascientifico lamenta però la mancanza di azione, di adrenalina, di colpi di scena - anche se a ben guardare, Clelia Farris ce ne offre uno, tutto sommato però abbastanza scontato.
Avesse avuto l'autrice il coraggio di alternare sciabolate d'azione ai troppi colpi di pennello, forse davvero saremmo al cospetto di quello che qualcuno ha definito "il più bel romanzo di fantascienza italiana". Invece, a mio avviso, siamo di fronte a un prodotto di maquillage, come quello di Braziel, in cui l'ambientazione fantascientifica finisce per emergere come espediente e la finalità principale appare l'analisi psicologica e introspettiva di un personaggio. Il suo cammino di formazione.
Insomma, un mainstream.
E diciamolo, ci si annoia un po'. A dispetto di una scrittura scorrevole e intrigante, come nel caso di Clelia Farris, o addirittura sofisticata, quale è quella di James Braziel, che però tende troppo spesso all'involuzione e diventa fine a se stessa.
Ultimamente si dice che la fantascienza, per farsi più accattivante, deve sciacquare i panni nel fiume della bella scrittura, ammiccare insomma al mainstream.
Può darsi.
Personalmente, di fronte a tanto bello scrivere, provo nostalgia per una vecchia, sana, battaglia spaziale.

lunedì 31 maggio 2010

Sangue sulla pace

Stasera volevo parlare di due romanzi di fantascienza che ho trovato molto simili tra loro, 35 miglia a Birmingham di James Braziel e Nessun uomo è mio fratello di Clelia Farris. Devo tuttavia rimandare la giustapposizione per dire la mia sui tragici eventi che hanno insaguinato la missione pacifista di Freedom Flotilla.



Francamente mi trovo in difficoltà. Primo, perché in passato sono stato tra quelli che ha difeso Israele, anche in situazioni in cui in molti le davano addosso: la sindrome da accerchiamento dello Stato ebraico e il rinascere innegabile dell'antisemitismo mi convincevano che una certa durezza nel trattare la popolazione araba non fosse del tutto sbagliata. Specie se l'interlocutore si chiamava Hamas.
Tuttavia, un conto è difendersi dal terrorismo e dagli attacchi a tradimento; un altro conto è cacciare via gente da dove ha sempre abitato sostituendola con coloni di provata fede sionista; un altro conto ancora è organizzare un'operazione da teste di cuoio e uccidere più o meno a freddo dieci persone, com'è accaduto la scorsa notte.
Nessuna sindrome da accerchiamento, nessun affronto storico, nessun Olocausto giustifica una mattanza del genere e il tentativo successivo di insabbiarla. E' ora che la comunità internazionale intervenga e mostri a Israele, come è stato mostrato con alterni successi a Iran e Corea del Nord - e mai agli USA, va detto - che non si può pensare di fare sempre e comunque ciò che si vuole.
Esiste un'etica internazionale, esistono diritti umani.
Si indaghi sull'episodio, a fondo. Non si nasconda niente. E se emergeranno responsabilità anche da parte di Freedom Flotilla - anche se al momento non vedo proprio quali - si chiariscano senza esitazioni.
Ricordando che uno Stato, per quali che siano le sue motivazioni, non può ricorrere a modalità terroristiche per difendere la propria sicurezza.
Perché altrimenti sarebbero proprio tutti uguali, quelli che si calano dagli elicotteri e apparentemente senza motivo sparano su un gruppo di pacifisti, e quelli che, spinti da un odio poi non così diverso, lanciano due jet contro altrettanti grattacieli.
E non sono tutti uguali, vero? video

domenica 30 maggio 2010

Il viaggio di Anatolio






Chi l'ha detto che la fantascienza sia patrimonio esclusivo del mondo anglosassone? Ripesco, da altrove, questo gustosissimo racconto che mi venne spedito dal Perù e approfitto per salutare gli amici Daniel e Adriana.



Il Primo Peruviano nello Spazio



di Daniel Salvo

traduzione di Adriana Alarco de Zadra; adattamento di Giampietro Stocco

  • Daniel Salvo è un autore peruviano. Ci invia, tradotto in italiano, un gustoso racconto di fantscienza paradossale...

  • Anatolio Pomahuanca aveva tutte le ragioni per odiare i bianchi. Da cent' anni, loro avevano invaso e conquistato il suo mondo e ridotto i suoi antenati alla triste condizione di servi, o comunque cittadini di seconda categoria.
    Ci sono stati, sì cambiamenti storici: guerre d' indipendenza, ribellioni e rivoluzioni; i bianchi sono però rimasti sempre coloro che governavano e decidevano tutto, in Perù come nel resto del mondo.
    "Adesso viviamo in democrazia", dicevano. "Abbiamo fatto grandi progressi in materia di diritti umani ed integrazione", proclamavano.
    Quando sentiva ripetere quelle frasi false, Anatolio sorrideva storto. Non erano forse bianchi il presidente, i militari ed i sacerdoti? Qualcuno aveva visto, almeno una volta, un nativo occupare un incarico importante? Se fosse stato in condizioni di farlo, Anatolio avrebbe sputato per terra: tutti i bianchi erano merde.
    Quello che le impediva di farlo era il luogo dove si trovava: un cubo metallico, poco illuminato, con controlli e schermi. Era il ponte di commando di una nave spaziale in orbita. Come tutte le altre navi, apparteneva alle Nazioni Unite. La sua missione era di routine, la misura dei venti solari, ma in questo caso presentava un elemento nuovo: Anatolio Pomahuanca era il primo peruviano nello spazio.
    Tutto il mondo considerava un onore il suo far parte dell' equipaggio della nave. Lui, però, non si faceva illusioni. Il suo lavoro come ingegnere di mantenimento, era uguale a quello di un impiegato in una stazione di servizio. La nave, costruita con la migliore tecnologia dei bianchi, risultava un immenso meccanismo automatico destinato a condurre un programma seguendo una sequenza precisa di istruzioni.
    In realta`, tanto Anatolio quanto tutto l' equipaggio erano soltanto passeggeri. Gli strumenti per la navigazione ed i comandi avrebbero comunque svolto ogni compito automaticamente.
    Sbadiglio`. Il suo breve turno sul ponte di commando stava per finire. Aveva svolto tutti i lavori assegnati. Controllare lo schermo, verificare il misuratore, informare sulle coordinate, tutte attivita` inutili.
    Dovevano pur mantenerlo occupato, penso` con amarezza.
    Il capitano della nave, che era anche il capo de la missione, entro` nella cabina. Sorrise ossequiosamente ad Anatolio, che rispose annuendo e, svogliato, si alzo`.
    "Tutto bene, Pomahuanca?", chiese il capitano in perfetto spagnolo. Anatolio odiava i bianchi in genere, e ancora di piu` quelli che pretendevano di guadagnarsi la sua amicizia e la sua fiducia. Era sempre facile capire le loro intenzioni, smascherare il falso rispetto che nascondeva lo scherno dei bianchi o, peggio ancora, la loro commiserazione per la sua razza.
    "Tutto bene, capitano."
    "Fino a questo momento, lei si e` impegnato nel lavoro. E' una grande opportunita` per un ingegnere giovane come lei, far parte di questa missione. Molti peruviani vorrebbero occupare il suo posto."
    "Si, vero?".
    Anatolio sapeva che i bianchi erano incapaci di capire lo sdegno che significavano quelle parole. In realta`, sapeva che i bianchi lo consideravano una razza inferiore, una specie di animale che nel passato avevano sfruttato senza pietà e che adesso dovevano trattare meglio. Ma non lo avrebbero mai considerato un loro pari.
    "Ma certo, Pomahuanca. Lei ha dimostrato la capacita` di un vero uomo peruviano partecipando alla esplorazione dello spazio. Sù, sempre piu` sù, come diceva il vostro pioniere dell' aviazione, il pilota Jorge Cha`vez!"
    "Di quale capacita` mi parla, capitano? Della capacita` di lavorare in una miniera? Della capacita` di trascinare un aratro? Della capacita` di essere servo in casa di un bianco?"
    Anatolio fini` la frase senza rendersi conto che la sua voce era diventata stridula.
    Il capitano mantenne il suo sorriso. Anatolio sospiro`. Aveva già rivolto le stesse domande ad altri bianchi e le reazioni erano state diverse. Qualcuno si ritirava in silenzio, altri lanciavano insulti. Anatolio preferiva questi ultimi, perché almeno, manifestavano i loro sentimenti.
    Il capitano era uno dei peggiori: apparteneva a quelli che credevano che bianchi e nativi convivesseroi già in armonia, come se i secoli di storia avessero cancellato le ferite del passato. Nei libri e nei discorsi ufficiali non si parlava piu` d' invasione o di conquista ma di un incontro di due mondi o di due culture: sembrava incredibile che i bianchi credessero alle loro stesse menzogne.
    "Ci sono bianchi, come dice lei, che si occupano anche dei lavori di cui lei parlaa. In ogni caso, il lavoro ci rende degni."
    "Ma quei lavori li danno sempre a noi! Perché non ci lasciano essere presidenti, ministri od ambasciatori?"
    "Tutto a suo tempo, Pomahuanca. Mi dispiace che le cose siano state diverse per noi due, che dobbiamo essere schiavi del nostro passato."
    "Ma di quale schiavitù parla? Essere proprietari, impresari o militari e` schiavitù? Condurre macchine di lusso e`schiavitù? Apparire in televisione è schiavitù? Non è cambiato nulla, capitano, noi saremo sempre i conquistati e voi i conquistatori."
    "Allora come spiega la sua presenza qui, Pomahuanca? Come spiega il fatto che sua educazione sia stata interamente gratuita e che abbia potuto fruire dei piu` alti standard nelle migliori universita`? E il suo servizio sanitario? E perché non parliamo di questa missione? Secondo la sua logica soltanto i bianchi, come le piace chiamarci, dovrebbero farne parte, no?"
    Anatolio Pomahuanca tremava di odio e di rabbia. Chiuse i pugni, e lasciò che i suoi pensieri uscissero liberamente dalla bocca: potevano fargli quello che volevano, castigarlo o degradarlo. Almeno avrebbe avuto la soddisfazione di dire al capitano quello che veramente pensava.
    "Per voi io sono soltanto un ornamento! Un simbolo! Volete solo annunciare che avete portato un peruviano nello spazio! Cosi`, tutti crederanno alla balla della convivenza armoniosa!"
    Dalla faccia del capitano scomparve il sorriso. Gli occhi diventarono minuscole righe parallele, senza colore e la bocca gli si chiuse in una linea stretta. Ripiego` le sue appendici uditive e si diresse verso la sala di commando. La sua pelle squamosa mancava completamente di colore, eccetto per il pennacchio blu che quelli della sua specie portavano sulla testa. Per questo, i pochi terrestri che erano sopravissuti alle guerre di conquista degli invasori dello spazio li chiamavano "bianchi".
    "Lei si puo` ritirare, Pomahuanca. Sia pronto per il prossimo turno", disse il capitano, congedandolo con un gesto delle sue mani membranose.

    sabato 29 maggio 2010

    Fantaitalia s'è desta




    Esce in questi giorni per i tipi di Bietti un'interessante antologia. Ambigue Utopie, questo è il titolo, 19 racconti di fantascienza e altro. La prima notazione è una curiosità. I racconti dovevano infatti essere almeno venti, perché dal mazzo manca un mio contributo. Quando infatti l'ottimo Gian Filippo Pizzo mi contattò a suo tempo, e prima ancora che Bietti si interessasse all'operazione, io accettai l'invito. Un invito che molto tempo dopo - laboriosa infatti fu la gestazione dell'opera - dovetti respingere, perché l'idea dietro il mio racconto - e questa è l'altra notizia, o quantomeno l'altra curiosità, era piaciuta a un altro editore.
    Poiché l'antologia della fantascienza utopistica e politica sembrava languire, decisi di ritirare il mio racconto che però, sotto gli auspici creativi di Gianfranco Viviani, divenne il romanzo Dalle mie ceneri, primo titolo italiano pubblicato dalla collana Odissea di Delos Books.
    La mia prima reazione alla presentazione di Ambigue Utopie è dunque di grande tenerezza, un po' diviso tra l'invidia di chi poteva esserci, il piacere di chi si prepara a leggere qualcosa che sa già sarà molto interessante, e anche qualcosina in più che però non anticipo ancora, perché altrimenti questo blog si intitolerebbe "Spoiler" e non "Ucronicamente".
    Sorvolo sulle critiche lette da qualche parte secondo le quali Ambigue Utopie sarebbe una risposta tardiva alla complementare e precedente Fantafascismo - ci interessa davvero sapere chi ha tirato il primo colpo di fucile in questa guerra tra scrittori del fantastico? - e mi limito a evidenziare un aspetto che forse pochi considerano: in questi tempi in cui la fantascienza sembrava essere stata scacciata dall'editoria dal thriller o dal fantasy, ecco che temi spiccatamente a essa legati ricompaiono in primo piano. Editori importanti cominciano a interessarsi di nuovo di distopie, utopie, e science fiction. Di più: la narrativa italiana propone di nuovo titoli spiccatamente fantascientifici - un esempio, Bambini Bonsai di Paolo Zanotti, Ponte alle Grazie - e l'ucronia conquista nuovi e interessanti autori come Enrico Brizzi - La Nostra Guerra e L'inaspettata piega degli eventi, Baldini, Castoldi e Dalai.
    Un segno che qualcosa si muove. O che forse nell'immobilità apparentemente assoluta della società e della politica italiane il wishful thinking si ritrasferisce in letteratura?
    In genere è un buon segno.

    martedì 25 maggio 2010

    L'unione fa la forza?

    Anni fa, un mio carissimo amico, al mio ostentato amore per i Jefferson Airplane, obiettava che sì, facevano una bella musica, ma... "sai che c'è? I Jefferson so' ... tanti".
    Insomma, una minestra troppo eterogenea per convincere fino in fondo.
    Una frase che mi torna in mente in questi giorni, in cui vedo la barca dell'italica democrazia beccheggiare e ondeggiare paurosamente sotto i colpi dell'auotoritarismo mediatico cui è soggetta ormai da quindici anni buoni, anche se gli ultimi due finiscono per essere stati quelli delle falle decisive.
    Perché mi tornano in mente i Jefferson Airplane?
    Bè, in effetti il mio amico aveva ragione.
    Come si faceva a mettere d'accordo la psichedelia spinta di Paul Kantner, Grace Slick e Marty Balin con il blues-rock di Jorma Kaukonen e Jack Casady?
    I sogni spaziali con la ricerca musicale?
    Il rock con le melodie west-coast?
    Eppure il prodotto finale era un sogno: ricordo capolavori come Lather o Crown of Creation. Gemme rare scolpite nel pentagramma come la Triad cantata da Grace.
    L'aeroplanino Jefferson, sia pure nella sua confusionarietà ci spinse verso il futuro.
    Quando l'assalto al cielo fu completato, i vari protagonisti decisero di cercare ciascuno una sua strada, e così il feroce biplano degli anni '60 e '70 divenne, con alterni successi, addirittura astronave.
    La sezione ritmico-artistica, Casady e Kaukonen, invece, si ancorò solidamente al blues come Hot Tuna.
    Ma l'assalto al cielo l'avevano compiuto tutti insieme.
    Oggi ci si chiede se il fronte di chi vuole che la nave-Italia torni a solcare acque democratiche sia composto da tutti quelli che ci credono o solo da alcuni, se la sinistra debba ricominciare da se stessa o farsi solo parte di questa battaglia.
    Se nella mia trincea qualcuno con un'uniforme diversa spara contro il mio stesso nemico, per me è un amico.
    Un alleato.
    L'aeroplanino deve pur decollare. E non importa se siamo "tanti".
    Anzi, a questo punto, più siamo e meglio è...

    Lost and gone

    Se c'è una cosa che ricordo come fosse ieri è la sera della prima puntata sulla RAI di Lost. Faceva ancora freddo, c'era ancora mia suocera e visto che non ci capiva un belino, parlò a voce stentorea per tutto il tempo, costringendomi a barricarmi in un'altra stanza per seguire quello che tutti avevano presentato come un evento.
    Ed evento fu, almeno per me, se è vero che in tutte le sue successive incarnazioni, comprese quelle meno riuscite, dalla prima all'ultima stagione, Lost è riuscito a inchiodarmi allo schermo. Jack, Sawyer, Kate, Ben, Sayid, Hurley, Locke, Jin, Sun e tutti gli altri, erano diventati parte del mio immaginario, vecchi amici di cui avevo bisogno di sapere ogni vicenda e, soprattutto, come sarebbe andata a finire.
    Un po' come l'inflazione programmata ho mantenuto il mio livello d'incredulità a livelli bassi, così che ogni successivo, improbabile colpo di scena mi colpisse come una frustata. Ho sopportato mostri di fumo che scomparivano e ricomparivano, isole migranti, custodi immortali, bombe atomiche e gente che vi sopravvive, ho aspettato fiducioso la fine per trovare un senso.
    E non ci sono riuscito.
    Salvo pensare, come avevo sospettato già all'inizio, che tutti fossero morti da subito nello schianto del volo Oceanic 815 e l'Isola con la I maiuscola fosse una qualche metafora dell'aldilà.
    Un po' banale, ma si sa, i finali in genere deludono. Le costruzioni eccessivamente complesse tendono a scricchiolare. Questa, però, mi si è disintegrata fra le dita mentre - attenzione, spoiler! - il papà redivivo (o redimorto?) di Jack apre la porta della chiesa dove tutti i protagonisti si sono riuniti nel Braccobaldo Show e scopre, guarda un po' una luce ultraterrena che sfuma nell'occhio del Jack alternativo che, sull'Isola, si richiude, come si era aperto all'inizio della serie.
    Un po' pochino dopo tanto raccontare. Dopo tanto disorientare. Dopo tanto lasciar sperare.
    E mi si apre un vuoto. Un vuoto che mi ricorda mia suocera e la sua voce e tutto ciò che ho vissuto in questi cinque anni. Tutto ciò che ho, quello che si è perduto, andato per sempre.
    La malinconia mi assale, ma poi sorrido e mi dico: caro, carissimo Lost, m'ha proprio rotto er ca...