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mercoledì 13 luglio 2011

Affinita' elettive?


Stavolta posto da un luogo esotico - Mauritius, sono in ferie da qualche giorno - e con molto tempo a disposizione per leggere. Metti insieme due romanzi che in apparenza di comune hanno poco, a parte il fatto che si tratta di due italiani tendenzialmente un po' saturnini, sia detto in senso buono. Parlo di Clelia Farris e Nicolo' Tambone. Sarda la prima, piemontese di Alba il secondo, fanno della malinconia la loro nota distintiva; esordiente il secondo, veterana e pluripremiata autrice di fantascienza la prima, che pero' stavolta e' un po' esordiente a sua volta, perche' si cimenta con un'ucronia, anche se un po' atipica, appunto, alla Farris.
Ma andiamo per ordine. Clelia vince stavolta il premio Kipple con La pesatura dell'anima, opera che immagina un Egitto alternativo in un periodo imprecisato, in cui si da' spazio all'ingegneria genetica e si pratica una giustizia molto avanzata, dove un gruppo ristretto di Giudici - i Sette - punisce si' con la morte l'assassinio, ma riesce anche a far resuscitare la vittima proprio tramite questa morte. Una situazione del tutto insolita, e non e' l'unica cosa insolita di questo romanzo, che oltre al presupposto tecnologico contiene una notevole sperimentazione linguistica, immaginando un gergo della città di Dendera che ovviamente e' del tutto inventato. Non per questo risulta meno godibile, ricordando certi sfizi della coppia Monaldi/Sorti in Secretum, tanto per dirne uno, e altre variazioni sul tema di una narrazione, come l'avrebbe concepita Neal Stephenson.
Quello che disorienta un lettore come me e' paradossalmente il pregio maggiore di questo romanzo, ciò che, guarda caso, lo allontana di più dalle saghe storiche di Monaldi e Sorti e dalla narrativa quasi psichedelica di Stephenson (anche se la narrativa di Clelia alle volte può risultare più che lisergica): l'assenza totale di infodump: scelta benedetta, ma non sempre. In questo caso l'ambientazione risulta vaga, non riesco a comprendere il perche' delle nuove tecnologie, capisco solo dopo attenta rilettura cosa sia questo benedetto Serdab, non mi e' chiarissimo alla fine, e questo è però un male non proprio da poco, il perche' dell'intera vicenda. Ovvio, può essere anche colpa mia, mi posso essere distratto in qualche momento topico, magari proprio mentre cristavo contro l'avarizia narrativa dell'autrice. Ecco, Clelia, come al solito sei stata un po' avara: qualche spiegazione in piu', un glossario meno enigmatico ce lo avresti potuto concedere; uno stile un po' meno chiuso su se stesso mi avrebbe personalmente aiutato, anche perche', giuro, l'attacco lo avevo giudicato ottimo, mi ero quasi emozionato. Poi però l'emozione ha lasciato spazio al disappunto.
Alla prima lettura, insomma, ho capito molto poco sia della trama, sia soprattutto della sua collocazione storica. Il che per un'ucronia non e' poco. L'ambientazione a tratti mi ha esaltato, non ho difficolta' ad ammetterlo, la lingua scelta pure. Tuttavia mi sono trovato a rincorrere tutto il resto. La seconda lettura è andata un po' meglio, ma nondimeno sono rimasto con l'amaro in bocca del lettore che prima si rallegra con tanta carne al fuoco e poi si rattrista quando scopre che troppo poche sono le pagine per cucinarla a dovere. Che sia stata una necessità di forza maggiore - oggi molti editori di sf spingono verso il romanzo breve - o una scelta dell'autrice poco importa. Mons peperit murem.

Diversa la storia dell'albese Tambone. Esordio che poteva essere col botto, questo di Taliani. Un romanzo storico, che nulla ha di fantascientifico o di ucronico, e che e' ambientato tra le Langhe e la Libia coloniale dagli anni '30 fino alla fine del secondo conflitto mondiale.
Anche qui uno scenario estremamente curato, una vicenda studiata fin nei minimi dettagli. Peccato l'autore voglia strafare, si sostituisca regolarmente ai personaggi che pure crea con amore e dedizione. Una disdetta che sempre, regolarmente, sul più bello, decida di sovrapporre la sua voce alla loro. Un po' come se non fosse convinto della propria creazione, e decidesse di soffocare le sue creature nella culla.
Non accade sempre, va detto, e sono le parti migliori del romanzo, quelle vissute nel periodo a cavallo tra la guerra in Africa settentrionale e l'8 settembre in Piemonte. Qui l'equilibrio tra dialogo e vicenda regge bene e ci si appassiona a storie solo in apparenza "minime". Memorabili alcune scene di narrativa vera, in cui Tambone ci descrive la fine della guerra nelle Langhe, tragedie piccole che diventano grandi, quasi epiche.
Cosa dire, in complesso? Un'opera che forse andava editata con piu' calma, ma sulla quale magari si puo' intervenire in un'eventuale seconda edizione, o pensando a un sequel in cui il "narratore universale" decida di far crescere personaggi di tutto rispetto.
Forse questo primo parto avrebbe meritato ancora un po' di tempo per rimanere, davvero, nella memoria.
Per adesso un bravo di cuore a Nicolò e un consiglio: mai farsi prendere dalla fretta.

sabato 25 giugno 2011

Www: la rete buonista



Adesso è sulla cresta dell'onda, alle prese com'è con una trilogia basata sulla nascita di un'AI senziente dall'interno del Web: Robert J.Sawyer, dinamico autore canadese di sf, è ormai rappresentante di punta del genere. E' uscito in questi giorni in Italia, tradotto da Dario Rivarossa e per i tipi di Urania Mondadori, il primo volume di una trilogia, dal titolo WWW: Wake. Attenzione, d'ora in poi faro uno spietato spoiler.
Una storia per molti versi affascinante, che riprende i canoni classici del romanzo di formazione: l'adolescente Caitlin, cieca dalla nascita, riceve un impianto oculare che prima le farà vedere i recessi del World Wide Web, poi le ridarà la vista vera e propria e infine genererà un'intelligenza artificiale che, grazie all'interazione con l'essere umano e l'accesso alla mole imensa di dati della Grande Rete, acquisirà coscienza.



Un romanzo che senz'altro ripercorre il tema caro all'ultima sf della singolarità - riconducibile ad autori come Charles Stross, Vernor Vinge e in parte Greg Egan - ma in un modo meno specialistico e finalmente con linguaggio piano e accessibile a tutti, con in più quel quid di "flowerpower" che è tipico di certi autori canadesi.
Non che WWW: Wake sia un romanzo così innocuo: Caitlinn, alias il genio matematico Calculass, ci riserva qualche sorpresa interiore, specie nel rapporto col padre autistico; un po' meno quando è alle prese con lo scienziato giapponese autore dell' Eye-pod - geniale neologismo coniato per battezzare la protesi-soglia dell'AI senziente - che diventa il suo vero padre putativo. Ogni volta che Caitlin ha a che fare con Kuroda regredisce istantaneamente all'infanzia. Vai a capire perché.
E soprattutto nessuna sorpresa ci riserva il finale, incomprensibilmente banale nel suo arcadico buonismo: l'AI, che - mava'? - decide di farsi chiamare Webmind, si incanta in trenta secondi di lettura davanti a un'immagine della Terra vista dallo spazio che all'inizio nemmeno concepisce come tale, e propone alla sua giovane amica e in un certo senso levatrice di procedere verso il futuro, insieme.
Il tutto dopo una pagina e mezzo di polpettone retorico sul primo volo orbitale dell'Apollo 8 e le parole stucchevoli degli astronauti.
Troppo melodramma e poi troppa fretta di chiudere, troppo buonismo. Accuse non nuove per Robert J.Sawyer, scrittore che ha preso il testimone di Michael Crichton come simbolo della fiction fantascientifica.
Un autentico peccato, perché fino a tre quarti il romanzo è ben congegnato, crea una suspence sottile; l'infodump scientifico è ridotto all'essenziale e comprensibilissimo. Forse la necessità di tagliare, forse le esigenze editoriali, tutte finalizzate alla trilogia prossima ventura, hanno portato a una scelta che lascia il lettore con l'amaro in bocca. Peccato, davvero.

venerdì 17 giugno 2011

Quando osano le aquile





Torno a scrivere qui sopra dopo un bel po' di tempo, ed è, ahimé, per stroncare un libro. Non fa mai piacere parlare male di un romanzo, specie se a scriverlo è stato un tuo amico, te ne stai zitto e macini in silenzio, in particolar modo quando era da parecchio che non ti facevi vedere da queste parti.
E invece no, non posso starmente buono buono quando dalla confezione di lusso, dal cilindro da gran serata, esce un coniglio storpio, anzi due.
L'idea sembrava geniale: sulla scia del catastrofismo generata dalla letteratura già uscita sul 2012, rielaborare all'italiana il tema dell'Armageddon. Ci si presenta un bel tomo, 652 pagine, un editore prestigioso, Einaudi, la collana Stile libero. Un titolo fin efficace, Un buon posto per morire. Poi ci si introduce un autore eccelso, Tullio Avoledo.
Ti dici, sarà bello, e quasi non ti insospettisci quando vedi il nome del tuo amico accostato a tal Davide "Boosta" Dileo. Boosta? Boosta? Eggià. Proprio lui. Il fondatore dei Subsonica. Un vecchio ragazzo - ne fa trentotto quest'anno - che giovanilisticamente utilizza il moniker insieme al vero nome anche sulla copertina di quello che scopri essere il suo terzo lavoro.
E qui ti dovresti insospettire, perché che ci azzecca Subsonica con Avoledo lo sa solo Einaudi, e ci sarebbe puzza di ghostwriting lontano un miglio.
Poi vai a leggere e dopo venti pagine già ti cascano le braccia.
Altro che ghostwriting.
Dileo impazza a 360°.
Cospirazioni mondialistiche. Nostradamus e le SS. Il sole nero, l'asteroide che ci deve castigare. Una storia sbilenca con personaggi improbabili - ma dov'è finito l'acquerello amaro di Tullio Avoledo? - che sembrano ricalcati sui cliché di Dan Brown e imitatori assortiti.
Dialoghi sui quali è meglio sorvolare, una sfilza di già visto e già sentito.
Non è la prima volta che accade, è vero.
Ma perché mai Tullio Avoledo ha posto la sua rispettabile firma su questa schifezza?
E come mai Einaudi l'ha pubblicata?
Ogni volta che un autore scrive male di un altro autore il fianco si scopre automaticamente alla critica: parli per invidia, sarebbe piaciuto anche a te pubblicare per Einaudi.
Oh, sì. Piacerebbe anche a me.
Ma per un'Einaudi - e ci metto l'apostrofo a intendere LA casa editrice - che incentivasse, come accadeva un tempo, il bello scrivere e le storie convincenti piuttosto che le operazioni d'immagine e di cassetta.
A Boosta, con tutta la simpatia del rocker, consiglio vivamente di concentrarsi d'ora in poi sui prossimi dischi: come diceva Eduardo a Concetta in Natale in casa Cupiello: "Non ti piglià collera Concè. Tu si una donna di casa e sai fare tante cose. Per esempio ‘a frittata c’ ’a cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno. È una pasticceria. Ma ‘o ccaffè, Concè, non è cosa per te..."
A Tullio Avoledo non so che dire, se non di scuotere in fretta la polvere depositata sui vestiti e tornare a inquietarci con le storie strane che prima di questo Armageddon letterario solo lui sapeva inventare.
A te sì, alla prossima, Tullio!

giovedì 10 giugno 2010

Diviso tra i mondi: Vittorio Catani

Al 2007 risale invece l'intervista che mi concesse, in due puntate, Vittorio Catani. Grandissimo della sf italiana, all'epoca doveva ancora avere le soddisfazioni più importanti della sua carriera di scrittore: era appena uscita la splendida antologia L'essenza del Futuro, ma soprattutto stavamo ancora aspettando il capolavoro, Il quinto principio, che Urania ha pubblicato lo scorso anno. Si parla di entrambi, anche se il secondo era ancora in gestazione. Prima puntata scritta, seconda in voce. Nell'intervista scritta anche qualche riferimento alla situazione politica: ampiamente superato in senso strettamente cronologico - era ancora al governo il Centrosinistra, e sembrano passati secoli. Ho deciso di lasciare questa parte perché concorre a dipingere un quadro più efficace dell'"intellettuale" Catani.

Vittorio, perché ti incaponisci a scrivere sf da tanto tempo?

Poniamo che la letteratura sia come un gioco, per esempio il famoso Lego. Per usare la macchina narrativa, lo scrittore deve manovrare i pezzi del gioco componendoli in una costruzione che ha le sue regole. Ebbene, credo che la fantascienza abbia, nella sua scatola di gioco, tanti pezzi in più che le consentono d'occuparsi di moltissimi argomenti, altrimenti negati. La società del futuro; l'impatto delle nuove telecomunicazioni; le trasformazioni del corpo umano e del modo di pensare legate alle nuove protesi, all'ingegneria genetica, alle scoperte della chimica; le nuove frontiere della fisica e della cosmologia; centri occulti di potere; grandi trasformazioni geopolitiche... Diciamo che oggetto, il "gioco" della fantascienza, è l'universo intero, non solo il nostro pianeta; l'essere vivente (comunque sia composta la "vita"), non solo le specie terrestri o con morfologia terrestre. Il fantascrittore può così "divertirsi" a smontare e rimontarne i suoi particolari pezzi per cercare di ottenere soluzioni o visioni inedite. E' questo che mi piace della fantascienza. Il poter dar voce a tutte le componenti creative: avventura, riflessione, ipotesi, filosofia, etica, anticipazione, e così via. Penso alla fantascienza, nel suo insieme di migliaia di racconti e romanzi prodotti in un secolo circa, come a una sorta di grande "scansione critica" dell'intera realtà e soprattutto delle fantasie, delle attese, dei dubbi, delle paure dell'umanità. Visto così, il genere mi sembra abbia un potenziale esplorativo e narrativo particolarmente ricco. Non solo: anche un potenziale critico, o di demistificazione. Usata nel modo opportuno, la fantascienza può ritrovarsi (e si è spesso ritrovata) in prima linea. Questa è ovviamente una mia visione a posteriori. Allorché mi avvicinai alla fantascienza come lettore avevo 12 anni e rimasi subito conquistato da un romanzo, oggi un "classico" avventuroso: "La Legione dello spazio" di Jack Williamson, un grande della science fiction anni '40/50. La storia aveva scenari sconfinati, un'ebbrezza dello scoprire, del mistero, del lottare contro terribili (e orribili) forze del male... Non avevo mai incontrato pagine così intense e nuove. Mi inocularono un virus che, sia pure con momenti di stanca se non di allontanamento, dura da oltre mezzo secolo.

Pensi che la fantascienza ti abbia "dato" qualcosa? Cosa pensi possa "insegnare" la fantascienza?

Dirò una cosa che credo sia abbastanza illustrativa: io ho regolarmente frequentato le scuole, ma ritengo che la mia vera scuola sia stata la fantascienza. Sembrerà eccessivo. Forse lo è. Che lo sia o meno, è comunque la scuola a uscirne con le ossa rotte, almeno in questo caso. Parlo della scuola del mio tempo (1945/1958). Nulla come la fantascienza mi ha insegnato tanto, o mi ha spontaneamente spinto tanto a interessarmi ad alcuni argomenti. Questa narrativa non solo mi faceva scoprire che esistevano discipline, materie, oggetti, questioni di cui nulla sapevo, quanto anche conquistandomi con i suoi personaggi e le sue avventure, ha poi saputo indurmi a cercare maggiori dettagli su quanto leggevo. Mi ha fatto inoltre conoscere il senso del mistero, la consapevolezza del raziocinio umano e dei suoi limiti... E molte altre cose. Ti racconto un episodio. Alle scuole medie un insegnante una volta ci disse che l'uomo non sarebbe mai potuto giungere sulla Luna, perché se non c'è aria nello spazio un aereo non riesce a reggersi. Mi sembrò subito una grande sciocchezza, perché un mio insegnante-idolo molto esperto, Isaac Asimov, mostrava il contrario nei suoi racconti. E anche Jack Williamson. E altri. A quell'epoca non era facile trovare testi tecnici su cui si potessero verificare asserzioni del genere, tuttavia nel 1957 apparve nelle edicole la mitica rivista Oltre il Cielo, che aveva per sottotitolo proprio Missili e razzi e pubblicava fantascienza (di autori italiani): mi parve una conferma definitiva. Per parodiare il titolo di un famoso saggio storico-religioso: "la fantascienza aveva ragione". In tempi successivi la fantascienza mi dimostrò che con le più sottili "armi" della satira, dell'ironia, del capovolgimento del punto di vista, dello straniamento cognitivo, dell'estrapolazione eccetera, alcuni scrittori creavano storie (per me) rivoluzionarie, simili a specchi in cui si rifletteva un'immagine distorta del mondo.


Come viene visto nel sud il fantascrittore? Quali sono le possibilità della fantascienza dalle tue parti?


Considera che negli anni '40/50 l'Italia, specie al sud, era ferma ai tempi dell'Ottocento... fatta eccezione per la luce elettrica e la radio. La Puglia, come tante altre regioni italiane, viveva di agricoltura. Ero quindi in una società agricola, se non rurale. Tutto questo però non aveva solo svantaggi, e anzi mi ha "segnato" molto, nel senso che il mio amore per la natura e la campagna sono in fondo l'imprinting dei miei primi ricordi "contadini". Ma quanto all'aspetto culturale, evolutivo, emancipativo, questa situazione fu un autentico disastro, fin quasi agli anni '70. Pensa che io mi "vergognavo" (è la verità...) di andare in edicola ad acquistare "Urania", e attendevo di essere il solo ad avvicinarmi al chiosco. Negativissime esperienze (che toccavano il dileggio) con compagni di classe o amici o in famiglia mi avevano reso molto sensibile. Devo dire che, parecchio più tardi, ho appreso di non essere stato il solo a patire questa sorta di ostracismo. Agli inizi degli anni '60 ascoltai alla radio un'intervista non ricordo a chi, il quale diceva di essere lettore di fantascienza e ricordava, tra il serio e il faceto, come negli anni '50 lui e alcuni suoi "compagni di vizio" si sentissero quasi dei carbonari e fossero costretti a non divulgare la loro insana passione, pena l'apartheid... Ovviamente da tempo le cose non stanno più così. Devo anche dire che quando nel 1990 uscì il mio romanzo vincitore del premio Urania, "Gli universi di Moras", mi presentai alla direzione della "Gazzetta del Mezzogiorno" per offrire un mio contributo su argomenti, diciamo così, fanta-futurologici e su spunti tecnologici di attualità. La cosa destò interesse; fui messo alla prova. Una collaborazione che dura da sedici anni. Sulla "Gazzetta" ho anche curato rassegne estive di storie fantascientifiche, invitando a collaborare nomi italiani fra i più noti. Da cosa nasce cosa. Otto anni fa Ignazio Lippolis, redattore della "Gazzetta" nonché poeta, fondò il trimestrale di ecologia "Villaggio Globale". Ogni fascicolo sarebbe stato dedicato a un tema specifico; il primo era: l'atmosfera terrestre. Lippolis mi chiese se fossi disponibile a scrivere un raccontino di 3 o 4 pagine, di volta in volta incentrato sul tema del relativo fascicolo. Avevo sempre sognato di poter coniugare fantascienza con ecologia. Mi misi all'opera. "Villaggio Globale" ha trattato moltissimi argomenti e sta per uscire il n° 34 (tema: "il bocciolo"). Chi sia interessato può leggere i testi (inclusi i miei 33 raccontini) anche sul sito della rivista. Ancora, da cosa è nata cosa: nel 2004 ho raccolto alcuni di questi lavori nel volume Storie dal Villaggio globale. 21 racconti tra ecologia e fantascienza. L'anno seguente il libro ha vinto il Premio Italia nella categoria "Romanzo o raccolta di racconti".


In che modo è cambiato, nei decenni, l'atteggiamento della gente comune verso la sf?



Ecco, qui mi dai l'occasione per... contraddire quanto ho appena affermato, O meglio, per fare delle precisazioni. Devo quindi aggiungere che, a parte la faccenda della "Gazzetta" o della rivista d'ecologia, ovviamente non tutto è oro. Resta, specie nelle generazioni meno giovani (talora anche nelle giovani), un fondo di preclusione se non di rigetto che pare sia fisiologicamente ineliminabile. A volte sono stato coinvolto pubblicamente, in modo anche aggressivo. Triste faccenda che mi ha sempre riportato ai tempi peggiori. Ma immagino che sia così non solo al sud. Anche qui avrei un aneddoto, purtroppo non fantastico. A metà anni Settanta pubblicai un romanzo breve su un numero speciale di "Nova Sf" (Libra editrice, rivista fondata e diretta da Ugo Malaguti), unico numero di "Nova Sf" interamente dedicato ad autori italiani. Inviai una copia alla direzione della "Gazzetta" chiedendo se fosse possibile avere una recensione. A quell'epoca non avevo alcun tipo di rapporto con il quotidiano. La mia richiesta venne raccolta e "filtrata" da tale signor Loiacono. Ogni tanto telefonavo al signor Loiacono, chiedendogli se avesse da dirmi qualcosa: quanto meno una risposta, positiva o negativa; ma ogni volta il tutto si risolveva in un rimando. Alla fine, esasperato, richiamai con l'intenzione di togliere il disturbo in caso di un ulteriore dilazione. Mi rispose l'ineffabile signor Loiacono: "Chi parla?" "Sono Catani. Ricorda?" Loiacono: "Ah... sì: l'extraterrestre!" Piantai tutto.


Si sente dire che la fantascienza tratta storie che finiscono sempre male. Secondo te è vero? E perché?


E' vero. Una volta c'erano anche storie ottimistiche, addirittura comiche. Comunque credo sia nella natura della fantascienza il finale catastrofico, o drammatico. E più che alla comicità la fantascienza ricorre alla satira, al grottesco, se non al demenziale. Insomma si ride o sorride a denti stretti di un mondo che scivola sulla buccia di banana, d'un intero universo che ti sbatte la torta in faccia. Si ride per non piangere. La fantascienza rispecchia, proiettato su un futuro di fantasia, l'animo dell'immaginario sociale del momento. E non credo oggi sia tempo di vacche grasse. Da ragazzo l'idea di "futuro", del favoloso "anno 2000", suscitava immagini grandiose, viaggi spaziali di linea, malattie vinte, mondo pacificato, meraviglie tecnologiche. Oggi la precarietà è regola, la maggior parte della gente ogni mattina si conta il denaro in tasca e la situazione internazionale non invita alla distensione. Ombre sempre più lunghe si allungano sui giorni che ci attendono. Chi potrebbe sensatamente anticipare un mondo a venire radioso, di magnifiche sorti e progressive? Tuttavia in queste macerie la fantascienza può se non altro fornire uno spunto diverso, un'idea nuova, qualcosa che comunque possa ridare una speranza. Una visione critica del futuro ma per esorcizzarlo, per dirci: "Vedete, dovremmo evitare che si giunga a quanto ora abbiamo immaginato". Come scrisse Clifford Simak, anche nelle sue peggiori antiutopie "la fantascienza è la narrativa della speranza".


Com'è cambiata secondo te la sf in 50 anni? E la fantascienza oggi ti sembra in declino commerciale? Quali i tuoi autori preferiti?


La fantascienza è cambiata nel tempo, attraversando vari periodi ai quali sono stati attribuiti etichette. L'Età d'Oro (fantascienza avventurosa), la social science fiction (anni '50/60, autori di punta Sheckley, Tenn, Pohl, Kornbluth e altri); New Wave (anni '70, con i vari Moorcock, Ballard, Malzberg, Ellison, Farmer, Disch...); cyberpunk ('80/90, Gibson, Sterling, Cadigan, e mille ancora); post-cyberpunk (Neal Stephenson...) eccetera. Per un lettore che abbia vissuto la fantascienza in Italia dai suoi esordi, non sempre è stato facile accogliere il nuovo e apprezzarlo. Vari miei amici non hanno mai digerito il cyberpunk, o l'hanno semplicemente ignorato. Eppure è stato un filone fondamentale. Col cyber è tornata anche, aggiornata, una nuova fantascienza dalle notevoli implicazioni sociali. Sì, c'è un declino commerciale e soprattutto un declino di contenuti. Sarebbe lungo accennare a tanti motivi intrecciati fra loro. Secondo me, comunque, c'è anzitutto una sorta di stanchezza fisiologica del genere. Poi, oggi la scienza (cui il genere attinge per sua natura) diviene sempre più complessa ed esoterica. Inoltre negli Usa la fantascienza è diventata un business, specie cinematografico, mentre ai "vecchi tempi" gli autori per campare facevano anche altri mestieri; insomma esisteva anche un aspetto sanamente "amatoriale" nello scrivere. E vigeva la buona abitudine dei romanzi di 200 pagine, non di 2000 (solitamente annacquate). Inoltre - come scrivevo prima - è cambiato il futuro; la gente è scoraggiata, difficile che sia disposta a leggere di ulteriori guai dietro l'angolo. Un colpo finale viene dalla contaminazione dei generi. Tuttavia, come giustamente fa notare Valerio Evangelisti, anche se la fantascienza muore, mai nessun'altra narrativa può vantare una morte migliore, perché essa si è dispersa nel reale: il nostro linguaggio è ormai ricco di termini regalatici dalla fantascienza. In tutto questo processo, io resto comunque fortemente ancorato ad alcuni nomi. Dai "vecchi" Williamson, Clarke, Simak, Asimov, Sturgeon, Simak, Sheckley, Reynolds, Pangborn, Lafferty, C.M. Moore, Tiptree jr., LeGuin, Brunner, Silverberg (dal quale ho ripreso molto quanto a scrittura) e altri, ai più recenti Sterling, Egan, e via dicendo. Resto un estimatore convinto della fantascienza italiana; i nomi, diversamente da quanto si pensa, sono moltissimi e vanno, cronologicamente, da un Aldani (ovviamente) a un Evangelisti (ovviamente!), ad altri più recenti come Debenedetti e Cola... Ma potrei riempire una pagina.

Cosa ti sarebbe piaciuto fare e cosa fai in realtà?

Probabilmente lo scrittore a tempo pieno, o comunque un lavoro connesso con la scrittura. O anche con la musica. Da piccolo studiai pianoforte un paio d'anni, poi interruppi distratto da altre cose. Ho rimpianto questa interruzione per tutta la vita. Ora continuo a strimpellare per mio conto, ma la musica conserva per me una parte importante almeno quanto la narrativa. A parte tutto questo ho trascorso in banca 37 anni, l'ultima quindicina come direttore di agenzia qui a Bari. Diciamo che con la banca "campavo", mentre nei ritagli di tempo (di notte, nei sabati, nelle domeniche, in festività, ferie, convalescenze) "vivevo"...

Tu sei un uomo chiaramente schierato a sinistra: come vedi il cambio di rotta nel nostro paese?

Lo vedo con il sollievo che inevitabilmente può provare una persona di sinistra, ma commista ad apprensione per gli sviluppi futuri, e anche con un senso di rassegnazione. Siamo sempre più lontani dal mio concetto di sinistra. Che non corrisponde, sia chiaro, al "socialismo reale" di infausta memoria, né a tutti i regimi totalitari che sono stati etichettati come "comunisti". In realtà nell'Occidente il comunismo, o meglio la sinistra in genere, ha portato - checché se ne dica - grandi benefici, perché ha elevato a una più dignitosa condizione i lavoratori nelle aziende e ha realizzato una redistribuzione del reddito, esiti entrambi a vantaggio di tutti. Se l'Italia, che a fine guerra era un cumulo di rottami e un paese contadino, non è rimasta a uno stadio feudale o di paese neolatino, lo si deve molto a questi risultati della sinistra.
Non per nulla, quasi azzerato oggi il sindacato, dilagano l'incertezza e la difficoltà di crearsi un futuro, continua a crescere il divario tra ricchi e poveri anche all'interno dei Paesi ricchi. Forse per chi non sia di sinistra questo è un buon segno, anzi è giusto che sia così; per me è una regressione imperdonabile, non etica, preoccupante. Perché il denaro circola, anzi ne circola molto più di prima. Altro che crisi, ristrettezza e ulteriori balle. Ma il denaro si ferma nelle tasche dei soliti noti. Negli anni ho scritto varie storie fantascientifiche, di differente lunghezza (da poche pagine a un centinaio) a soggetto apertamente o sotterraneamente politico, nelle quali ci sono personaggi che cercano in qualche modo di contribuire all'edificazione di un mondo diverso.

Universi paralleli, ucronie: che ne pensi? Credi che rivedere ucronicamente il fascismo sia un po' da destrorsi?

Gli universi paralleli sono un tema che amo molto e fra i più affascinanti della fantascienza. Su di esso si incentrava il mio (per ora unico) romanzo, già citato, Gli universi di Moras. Non credo proprio che parlare ucronicamente del fascismo sia da destrorsi. Abbiamo numerosi esempi in campo strettamente fantascientifico, e anche al di fuori della produzione solitamente etichettata come fantascienza. Bisogna vedere da che angolazione si affronta il tema: se in modo critico o apologetico o neutro... posto che si possa restare neutrali su argomenti del genere. Ciò che vale comunque, sia chiaro, è il messaggio che il lettore recepisce, non la dichiarazione d'intenti dell'autore. Spesso l'autore esprime sulla pagina atteggiamenti che vanno al di là delle sue intenzioni, o che le contraddicono: non accade solo se scrive ucronie, naturalmente.


Sf di destra e di sinistra. Come mai, se il mondo degli appassionati è così piccolo, si litiga ancora tanto tra fan dell'uno e dell'altro credo politico?


E' una... vecchia e nobile tradizione di un ristretto gruppo all'interno della fantascienza italiana. La frizione nacque nei primi anni '70, e da allora non si è mai del tutto placata. Da un lato, può essere un segno della vitalità d'una fantascienza nostrana. Dall'altro, in alcuni casi lo scontro ha portato a situazioni come minimo imbarazzanti se non peggio. Secondo me ciascuno deve essere libero di scrivere quello che gli pare. Saranno i lettori a giudicare. Tuttavia da uomo di sinistra, o comunque da uomo non di destra, vorrei ricordare un concetto che forse qui apparirà fuori luogo, ma per me non lo è. Il fascismo - dal mio punto di vista - è stato una rovina per l'Italia, ma non solo perché ci ha trascinato in una guerra di decine di milioni di morti. Lo è stato anzitutto perché era una dittatura. E quindi si avvaleva di squadracce, obblighi a grandi adunate e a iscrizioni al partito unico, divieti di importare alcuni generi di cultura, censura o stroncature di Stato su ciò che si scriveva, prigione e confino politico per gli oppositori, leggi razziali che distrussero migliaia di famiglie, invio in Germania di convogli carichi di ebrei, connivenze col nazismo, orrori contro le popolazioni slave di confine, orrori ed eccidi (anche con gas) nelle famose Colonie, scempi ecologici, e chi più ne ha... Pertanto, anche se tutti i morti sono uguali (da morti), io ritengo fermamente - potrò sbagliare - che la giustizia stesse solo da una parte. Vero, oggi non abbiamo la libertà che molti auspicherebbero e che io stesso desidererei. Ma per l'Utopia ci stiamo attrezzando. Specialmente nelle storie di fantascienza.


Progetti letterari per il futuro?


Ho tre romanzi nel cassetto. Due risalgono a vari anni fa e andrebbero revisionati e ampliati. Ho terminato di scrivere il terzo tre mesi fa, è lungo l'equivalente di 650 vecchie cartelle standard quindi non avrà un collocamento facile... ammesso che si tratti di un lavoro leggibile. Va rivisto anch'esso; s'intitola "Il Quinto Principio" e tanto per cambiare è (anche) la storia di una rivoluzione. Su gentile invito di Massimo Citi, un estratto del romanzo apparità sul prossimo volume di Alia (n° 4, sezione italiana), l'antologia del fantastico edita da CS Coop. Studi Libreria Torino. Inoltre la Perseo Libri ha in corso la pubblicazione in volume dei miei racconti più rappresentativi (una cinquantina di titoli), nella meritoria collana "Narratori europei di fantascienza". Dovrebbe uscire entro l'anno.

La fantascienza e il Professore

Nel 2005 Urania pubblicava L'altra realtà, curioso romanzo borderline in cui lo psicoterapeuta e saggista Giulio Cesare Giacobbe mescolava generi e provocazioni. Vi ripropongo l'interessante intervista che mi rilasciò l'amico Giulio allora...

Giulio, la fantascienza appartiene alla categoria delle seghe mentali?

Indubbiamente sì. Come tutta la letteratura, d’altronde. Anzi, più degli altri generi letterari perché si tratta specificamente di una proiezione fantastica che di solito ha poco a che fare con la realtà. Naturalmente, come tutta l’arte, ha una funzione catartica, e quindi terapeutica utilissima, perché compensa la frustrazione quotidiana. Vi è da dire però che laddove la letteratura fantascientifica non si allontana troppo dalla realtà ma anzi assume la funzione di portare alle estreme conseguenze alcuni aspetti e tendenze della società contemporanea assolve ad una funzione che non è più evasiva e scollegata dalla realtà ma anzi propriamente scientifica in quanto previsione ragionevole dell’evoluzione storica della cultura umana e quindi monito per il presente. Come il mio L’altra realtà o come 1984 di George Orwell (mi si perdoni l’accostamento letterariamente imparitario ma tematicamente corretto).


Quali sono i modelli letterari di Giulio Cesare Giacobbe?


I miei modelli per quanto riguarda la fantascienza sono Robert Sheckley e Douglas Adams, oltre che Ray Bradbury e Franz Kafka. Uno dei miei grandi rimpianti è non avere conosciuto Sheckley di persona, visto che ne avevo la possibilità essendo stato lui spesso a Genova ospite di Roberto Quaglia. Come vedete, l’ignoranza, come dice il Buddha, è la madre di tutti i mali. Vedo la fantascienza, oltre che un specchio del futuro, come un contenitore che comprende tutti gli altri generi della letteratura. Bradbury ha dimostrato che si può fare una fantascienza poetica. Kafka, Adams e Sheckley hanno fatto una fantascienza surrealista. Adams vi ha introdotto l’umorismo. Io, nel mio piccolo, ho cercato di introdurre nel mio romanzo L’altra realtà il poliziesco, il thriller, l’horror, il noir, il comico, il lirico, lo scientifico, lo storico, l’onirico, il surreale e, come piace adesso, l’azione. Proprio per questo, probabilmente, ad alcuni lettori non è piaciuto. Sono abituati ad un unico genere specifico e di fronte ad una varietà di generi si sentono a disagio. Ancora una volta senza volermi paragonare, la stessa cosa è accaduta a James Joyce con il suo Ulisse. Ho paura che come lui dovrò aspettare parecchio, perché il mio romanzetto venga apprezzato.

L'altra realtà è il tuo primo romanzo di fs. Come lo definiresti?

Un romanzo preconitore come 1984 di Orwell, come ho detto. In I robot e l’Impero Isaac Asimov presenta un mondo dove le persone non hanno quasi più contatti fisici fra loro. Non è lontanissimo dalla realtà. Oggi la gente passa molte ore della propria giornata davanti al televisore senza parlare con gli altri. Addirittura ogni singolo individuo ha un suo televisore personale o un computer per lavorare e sta chiuso da solo in una stanza per la gran parte della giornata. Il risultato è una enorme riduzione della vita sociale. Ricordo che quando ero bambino gli abitanti di uno stesso caseggiato si frequentavano normalmente e nei giardini sotto casa si incontravano gli abitanti di un intero quartiere. Oggi quasi tutti gli abitanti delle grandi città non conoscono il proprio vicino di casa. Oggi la frequentazione fra le persone è fittizia. Nelle discoteche e negli stadi non si dialoga, si urla, sia pure tutti insieme. Fra trenta o cinquant’anni ci sarà pochissima gente in giro, nelle grandi città. La realtà virtuale sta facendo, sul piano tecnico, passi da gigante. Non è davvero escluso che si arrivi alle poltrone dell’altra realtà descritte nel mio romanzo.

Un libro che ha destato qualche perplessità tra i fantascientifici schietti. Perché secondo te?

Per una questione di moda e di forma o, se preferisce, per usare un linguaggio cinematografico, di sceneggiatura e di montaggio. Perché le prime quarantasei pagine sono descrittive e i lettori di fantascienza come tutti i lettori di oggi non sanno più apprezzare le descrizioni, abituati come sono all’azione immediata e ai dialoghi veloci delle fiction televisive americane. Io stesso, ho questo condizionamento. Ma io ho voluto mettere alla prova la mia capacità di narratore, non la mia capacità di ottenere un successo di vendite in qualsiasi genere letterario. E poi le mie descrizioni non sono descrizioni di paesaggi o di riflessioni intimistiche, come avveniva nei romanzi fino a trent’anni fa e in qualche caso ancora oggi nell’ambito della cosiddetta letteratura “seria”, cioè intellettualistica e impegnata. Le mie sono sempre descrizioni di azioni. E dopo quelle prime quarantasei pagine L’altra realtà assume un ritmo da thriller che corrisponde perfettamente al gusto contemporaneo. Ma tant’è, quelle prime quarantasei pagine non sono andate giù a molti lettori, stando ai resoconti di un sito autorevole come uraniamania, e in questo tranello è caduto anche un lettore raffinato e d’eccellenza come Emilio Di Gristina (nickname Moebius), sia pure con l’intelligenza di qualche riserva. Ma c’è ancora un altro motivo. L’altra realtà ha la struttura di un giallo. Per buona parte del romanzo non si capisce che cosa accade veramente e quale sia la soluzione del mistero. Tutto si scioglie e si capisce soltanto alla fine. Ma evidentemente i lettori di fantascienza di oggi sono poco avvezzi, al giallo, nonostante vi siano stati illustri esempi in questo senso, nello stesso Sheckley (La settima vittima, Anonima aldilà, Scambio mentale, L’agente X), in Jack Finney (L’invasione degli ultracorpi), in Clifford Simak (La casa dalle finestre nere, Camminavano come noi), in Nigel Kneale (Progetto Quatermass) e in altri autori della fantascienza americana e inglese degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma così doveva essere, per L’altra realtà. Se avessi svelato sin dall’inizio che si trattava di sogni della realtà virtuale il romanzo sarebbe stato banale e noioso. Anche se alcuni sono riusciti a trovarlo noioso lo stesso, io, come autore, ho seguito il mio dovere di renderlo più avvincente possibile. Se non ci sono riuscito è colpa mia che non ho seguito la moda di oggi. Isaac Asimov con Fondazione, Frank Herbert con Dune, George Lucas con Guerre stellari, ci hanno abituati a una fantascienza interstellare e cosmica, affascinante quanto fulgido esempio di sega mentale, di fuga dalla realtà in un improbabile futuro lontano migliaia se non milioni di anni. È quella che va di moda oggi e chi non si incanala in quest’alveo non ha successo. Personalmente sono per una fantascienza come deformazione del quotidiano e previsione di un non troppo lontano futuro. Forse è soltanto una questione di gusti. Ma io ovviamente devo seguire i miei.

Fantascienza italiana, mondo povero e molto litigioso. Perché, secondo Giulio Cesare Giacobbe?

Non lo so e non mi interessa saperlo. Non ho nessuna conoscenza del mondo degli scrittori italiani di fantascienza. Ignoravo persino che ne esistesse uno. Ho conosciuto gli autori liguri e mi sono parsi tutti simpatici e socievoli. Se c’è litigiosità in ambito nazionale è facilmente spiegabile e naturale. Quando la torta è piccola e i commensali sono tanti è naturale che vi sia un po’ di lotta. Personalmente posso permettermi il lusso di rimanerne fuori. Primo, perché il mio mestiere vero, nel mondo dell’editoria, è quello del saggista e non del romanziere (probabilmente, visti i risultati, L’altra realtà rimarrà il mio primo e ultimo romanzo di fantascienza e anche tout court perché a me gli unici romanzi che interessano sono quelli di fantascienza). Secondo, perché un mondo editoriale talmente piccolo da obbligarci a fare questi interessanti discorsi nell’ambito di un sito personale, per quanto carino, non mi interessa. Non per questioni di budget ma di comunicazione. Ho abbandonato il ristrettissimo mondo delle pubblicazioni scientifiche, che se è come dici tu ha molti punti in comune con quello della fantascienza perché nessuno legge nessuno e se ne è costretto ne parla male, per comunicare con la gente attraverso pubblicazioni di interesse collettivo e non vedo nessuna buona ragione tranne quella che ne ricaverei un puro piacere personale nel farlo, per rinunciarvi.

Hai in serbo qualcosa di fantascientifico per il futuro, o L'altra realtà rimarrà un "one-shot"?

Per le ragioni che ho detto, credo che rimarrà un “one-shot”. Se avessi centrato il bersaglio probabilmente avrei continuato perché mi piace. Ma non sono uno scrittore che scrive nonostante i lettori. Oggi che sono diventato uno scrittore di successo potrei anche permetermi il lusso di farmi pubblicare romanzi di fantascienza che non piacciono a nessuno, come a essere onesto ho fatto con L’altra realtà, per il quale ho ricattato Mondadori e per il quale ho la sola scusante di non aver capito che così sarebbe stato e di essermi lasciato andare a quel mio gusto che oggi è fuori moda. Imporre ai lettori dei libri che loro non vogliono per pura esibizione di potere editoriale è una violenza che altri forse fanno ma che io non voglio fare. Se scriverò mai ancora un romanzo di fantascienza (e la tentazione è forte) me lo terrò ben chiuso nel cassetto e lo farò leggere, se proprio lo vorranno, a soli pochi intimi.

sabato 5 giugno 2010

Incredulità vo sospendendo...

Altrove mi si chiede di chiarire un concetto che con molta acutezza si dice debba presiedere alla creazione di ogni vicenda fittizia, e dunque non solo un romanzo di genere fantastico, ma anche e soprattutto un romanzo tout court: la sospensione dell'incredulità. In breve, un'apertura di credito da parte del lettore all'autore del libro che sta leggendo, e cioè la volontà di sospendere le proprie facoltà critiche passando sopra incongruenze non sostanziali dell'opera e in ultima analisi, godersela.
Così scriveva Coleridge nell'Ottocento.
E modestamente, io aggiungo che alla sospensione dell'incredulità concorre un insieme di artifici stilistici e narrativi: anche quelli devono essere in grado di far dimenticare al lettore che proprio di una vicenda di fantasia si tratta.
Insomma, di riffa o di raffa, il lettore deve credere in quanto gli si narra, deve dimenticare di star sfogliando un romanzo, si deve convincere che quanto sta leggendo potrebbe essere vero, o comunque verosimile.
Ovvio che in fantascienza questa regola conta parecchio: in Battlestar Galactica sarò propenso a non fare caso all'assoluta improbabilità di navi senzienti che combattono nello spazio o a cloni che si replicano pressoché all'infinito, perché l'interazione fra i personaggi mi farà entrare in un complesso universo di interrelazioni, queste sì, tutte molto credibili. Una quasi soap-opera al servizio della credibilità della trama, mi chiederete? Non proprio, ma all'occorrenza anche questo.
In Farscape dovrò fare appello a tutte le mie forze per mettere un diaframma iniziale tra la missione originaria di John Crichton, tutto sommato ancora abbastanza credibile, e il serraglio di creature invece impossibili che il precipitare di questa missione gli apre, una volta che la sua navetta finisce in un tunnel spaziale: un espediente, questo della porta verso un altro mondo, che con ogni evidenza pare funzionare, se si pensa anche al successo della serie di Stargate.
Ci mettiamo una porta, e dietro c'è di tutto. Un po' come in Narnia, ma anche in Harry Potter.
Oppure cambiamo chiave, alla porta sostituiamo l'isola, ed ecco Lost.
Fin qui però abbiamo parlato di serie televisive: la TV è un potente mezzo in cui la realtà e la fantasia tendono a fondersi con più facilità, e la soglia di credulità di chi ne fruisce tende corrispondentemente ad alzarsi: l'odierna videocrazia ne è una testimonianza evidente.
In un romanzo l'operazione è più complessa, perché di norma chi si avvicina alla parola scritta è più smaliziato di chi fruisce della televisione - è questione di numeri - e più esigente di chi si abbandona al grande schermo. Di norma, ma non sempre.
Tuttavia, quando una trama letteraria naufraga nell'improbabile, in genere lo smottamento appare subito evidente. Vediamo come.
A volte un autore pensa di favorire la sospensione dell'incredulità ancorandosi a descrizioni meticolose: nella letteratura fantastica capita spesso con le ucronie, e il risultato purtroppo sono pesantissimi infodump - altro termine misterioso - in cui il lettore viene sottoposto a ogni forma di tortura cronologico-alternativa per spiegare nel dettaglio come mai le ali della farfalla hanno battuto a destra anziché a sinistra. E giù con cronache degne di Giulio Cesare su battaglie ipotetiche e cadute conseguenti di governi, il tutto rigorosamente immaginario; l'immaginazione sfrenata a cui si pone una regola di "verosimilità" per dimostrare che la catena allostorica di eventi avrebbe rigorosamente portato proprio al risultato che ci sta a cuore.
Altre volte un autore preferisce mantenere il contesto volutamente indefinito e ancora la sua presunzione di essere "creduto" a solide tecniche di introspezione o analisi psicologica: in un romanzo di genere fantastico ci descriverà a colori sfumati un contesto post-catastrofe o una società futuribile, per usare poi ogni tipo di matita e carboncino per proporci qualcosa che ci è già familiare: il rapporto genitori-figli, il complesso di Edipo, la formazione di un adolescente. Insomma, topoi in cui tutti possano riconoscersi.
Alle volte il meccanismo riesce: China Miéville dipinge il mondo alternativo steampunk di Perdido Street Station in modo così naturale che pare quasi di stare a Londra senza far troppo caso che, invece dei piccioni, svolazzano i dragomini;
altre volte ci si commuove al percorso di liberazione di Enki in Nessun uomo è mio fratello, ma se si alza lo sguardo dai tacchi del protagonista in marcia, il contorno appena abbozzato da Clelia Farris pare altrettanto impalpabile di un limbo. Un non-luogo.
Altre volte ancora i protagonisti sono così vivi e vitali che un mondo del tutto improbabile come la Cetaganda di Lois McMaster Bujold ci appaia invece del tutto giustificabile, al punto di vederne nella mente le strade, di notare la ricchezza degli abiti delle Haut-Lady e le maschere variopinte dei Ghem-Lord.
Cosa presiede, dunque, al funzionamento del meccanismo, fermo restando che ciascuno di noi ha una sua precisa soglia di incredulità? In buona sostanza, io penso, la qualità di una penna.
E,non ultimo, la bontà dell'idea che questa penna deve descrivere.

mercoledì 2 giugno 2010

Rigore e sogno: Gianfranco Viviani

E sempre da un vecchio archivio, ripesco questa intervista a Gianfranco Viviani, che per certi versi è l'antitesi di Charles Stross: per quanto Charles è atipico e bizzarro, Gianfranco è sistematico, rigoroso. Un simbolo e un riferimento per chiunque in Italia abbia mai scritto fantascienza. Prima con l'Editrice Nord, poi con Odissea di Delos Books. Insomma, un caposaldo culturale.




Qual è stato il primo scritto di fantascienza che hai tenuto in mano?



Da quando ho cominciato a leggere fantascienza ho letto tanti di quei romanzi che a volte nemmeno rivederne il titolo mi fa ricordare di che storia si trattasse. Prima ancora di arrivare a Urania, che è stato un passo quasi obbligatorio per la gente della mia generazione, tra gli undici e tredici anni avevo letto i classici: Verne, Wells, Poe, Mary Shelley. A quei tempi (parlo degli anni 1948-1951) la mia famiglia si era trasferita in un piccolo paesino calabro ai piedi dell'Aspromonte nel quale non ho mai capito cosa ci facesse la gente (cinquant'anni dopo sono tornato a vederlo e anche il quell'occasione mi sono posto la stessa domanda), lì non c'erano librerie e nemmeno edicole, così quello che potevo leggere erano i libri che riuscivo a trovare nelle case di amici. Poi finalmente sono tornato a Milano e qualche anno dopo qualcuno mi ha regalato due fascicoli usati di Urania, e ancor più dei classici, quei due romanzi sono quelli che ricordo con maggior nostalgia. Si trattava di "Cristalli sognanti" di Theodore Sturgeon e di "Livello 7" di Mordecai Roshwald. Inutile dire che da quel momento e per molti anni ho consumato un Urania ogni due giorni, occupando piacevolmente le tre ore giornaliere di tram che mi ci volevano per andare a lavorare.

Tu hai tenuto i contatti con decine - a dir poco - di autori di sf. Qual è quello che ti ha colpito di più come persona e perché?


Ce ne sono tre in particolare che mi hanno colpito: Harry Harrison, Frederik Pohl, Alan Dean Foster. Tre persone splendide. Quando li conobbi erano all'apice della loro fama, eppure mi sorprese la loro modestia il loro cameratismo, la loro disponibilità. In Italia conoscevo autori che per il solo fatto di aver pubblicato un libro guardavamo tutti dall'alto in basso con la puzza sotto il naso; quei tre americani, invece, pur essendo famosi, ricchi e tradotti in tutto il mondo, non si facevano problemi a socializzare, a rimanere seduti per terra tutta la notte con gli amici e i fan a bere birra e chiacchierare e scherzare con chiunque. Per me è stato come scoprire un mondo nuovo e la cosa mi ha tanto colpito che in qualche modo ha anche condizionato il mio rapporto con la gente.


C'è qualche aneddoto che ricordi?


Un giorno il mio amico Karel Thole, che era assiduo frequentatore delle Conventions mondiali di fantascienza, mi disse: " Senti, Gianfranco, ormai tu operi da cinque anni in questo settore, ma se non ti muovi, rimarrai sempre uno sconosciuto, piccolo editore italiano. E' arrivato il momento che io ti presenti tutte le persone che contano nel mondo della fantascienza, persone che ti possano spianare la strada nel tuo lavoro. Quindi preparati che dopodomani andiamo a Dublino". A Dublino si teneva la Conferenza Internazionale degli operatori della SF. Non sapevo una parola d'inglese, avevo paura perché sarebbe stato il mio primo volo, ma non esitai ad accettare. Il primo giorno rimasi tutto il tempo zitto sulla mia sedia ad ascoltare senza capire quello che dicevano i vari relatori: Karel mi disse che autori, traduttori, editori, agenti letterari, esponevano le loro idee su come dovesse evolversi l'editoria di fantascienza, sulla opportunità di scrivere romanzi brevi piuttosto che lunghi, su quanto fosse opportuno continuare a far pagare caro il diritto d'autore nei paesi dell' Est europeo, piuttosto che ribassarlo. Ero un po' deluso. Poi dalle 23 di quello stesso giorno le cose cambiarono. Dopo cena, Karel annunciò che in una certa camera al sesto piano dell'albergo si teneva un room party e che dovevamo andarci. "Ma sei matto? Non siamo invitati e non conosco nessuno" "Vieni" tagliò corto Karel. Arrivati davanti all'uscio, Karel bussò e dall'interno si sentì un vocione urlare: "Avanti" in italiano. Era Frederik Pohl. Non ho mai saputo se Karel li avesse avvisati, ma in quel momento ebbi l'impressione che mi stessero aspettando. E quell'avanti per me assunse il significato di "benvenuto nel nostro mondo". C'erano veramente tutti e, incredibilmente, molti di loro sapevano il francese, così parlai tutta la notte, e continuai giorno e notte nei successivi tre giorni, tra boccali di birra irlandese che favorivano gli scambi di idee. Non sto a elencare i nomi di tutti, ma strinsi amicizie che negli anni successivi furono determinanti per il mio lavoro.


E' vero che i romanzi di sf che escono negli Stati Uniti sono meno curati di quelli che escono in Italia? E perché?


Non si può generalizzare. Ci sono fior di autori che curano le loro opere nei minimi particolari, però ci sono anche autori meno esperti che hanno fretta di consegnare il manoscritto all'editore. Da quello che vedo, molti editori americani si fidano dell'autore e non eseguono editing sulle opere che pubblicano, perciò quei libri contengono numerosi strafalcioni di stile e di struttura che forse passano inosservati ai lettori USA, ma che quando vengono tradotti in italiano è necessario rivedere, mettendo a posto quello che l'autore ha dimenticato di fare. Da questo punto di vista le opere che escono in Italia sono più curate.


Che cos'è la fantascienza per Gianfranco Viviani?


Edgar Allan Poe diceva: "Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte" A me la fantascienza ha sempre fatto sognare di giorno e di notte. Ha aperto la mia mente alla tolleranza per i diversi, mi ha proiettato in mondi allegorici che non sono altro che lo specchio in cui si riflette il modo in cui vorremmo vedere il nostro, mi ha divertito anche nei momenti tristi in cui non avrei potuto farlo. E nonostante si dica che la fantascienza sia una narrativa d'evasione, a me ha dato importanti spunti di riflessione.

domenica 30 maggio 2010

Il viaggio di Anatolio






Chi l'ha detto che la fantascienza sia patrimonio esclusivo del mondo anglosassone? Ripesco, da altrove, questo gustosissimo racconto che mi venne spedito dal Perù e approfitto per salutare gli amici Daniel e Adriana.



Il Primo Peruviano nello Spazio



di Daniel Salvo

traduzione di Adriana Alarco de Zadra; adattamento di Giampietro Stocco

  • Daniel Salvo è un autore peruviano. Ci invia, tradotto in italiano, un gustoso racconto di fantscienza paradossale...

  • Anatolio Pomahuanca aveva tutte le ragioni per odiare i bianchi. Da cent' anni, loro avevano invaso e conquistato il suo mondo e ridotto i suoi antenati alla triste condizione di servi, o comunque cittadini di seconda categoria.
    Ci sono stati, sì cambiamenti storici: guerre d' indipendenza, ribellioni e rivoluzioni; i bianchi sono però rimasti sempre coloro che governavano e decidevano tutto, in Perù come nel resto del mondo.
    "Adesso viviamo in democrazia", dicevano. "Abbiamo fatto grandi progressi in materia di diritti umani ed integrazione", proclamavano.
    Quando sentiva ripetere quelle frasi false, Anatolio sorrideva storto. Non erano forse bianchi il presidente, i militari ed i sacerdoti? Qualcuno aveva visto, almeno una volta, un nativo occupare un incarico importante? Se fosse stato in condizioni di farlo, Anatolio avrebbe sputato per terra: tutti i bianchi erano merde.
    Quello che le impediva di farlo era il luogo dove si trovava: un cubo metallico, poco illuminato, con controlli e schermi. Era il ponte di commando di una nave spaziale in orbita. Come tutte le altre navi, apparteneva alle Nazioni Unite. La sua missione era di routine, la misura dei venti solari, ma in questo caso presentava un elemento nuovo: Anatolio Pomahuanca era il primo peruviano nello spazio.
    Tutto il mondo considerava un onore il suo far parte dell' equipaggio della nave. Lui, però, non si faceva illusioni. Il suo lavoro come ingegnere di mantenimento, era uguale a quello di un impiegato in una stazione di servizio. La nave, costruita con la migliore tecnologia dei bianchi, risultava un immenso meccanismo automatico destinato a condurre un programma seguendo una sequenza precisa di istruzioni.
    In realta`, tanto Anatolio quanto tutto l' equipaggio erano soltanto passeggeri. Gli strumenti per la navigazione ed i comandi avrebbero comunque svolto ogni compito automaticamente.
    Sbadiglio`. Il suo breve turno sul ponte di commando stava per finire. Aveva svolto tutti i lavori assegnati. Controllare lo schermo, verificare il misuratore, informare sulle coordinate, tutte attivita` inutili.
    Dovevano pur mantenerlo occupato, penso` con amarezza.
    Il capitano della nave, che era anche il capo de la missione, entro` nella cabina. Sorrise ossequiosamente ad Anatolio, che rispose annuendo e, svogliato, si alzo`.
    "Tutto bene, Pomahuanca?", chiese il capitano in perfetto spagnolo. Anatolio odiava i bianchi in genere, e ancora di piu` quelli che pretendevano di guadagnarsi la sua amicizia e la sua fiducia. Era sempre facile capire le loro intenzioni, smascherare il falso rispetto che nascondeva lo scherno dei bianchi o, peggio ancora, la loro commiserazione per la sua razza.
    "Tutto bene, capitano."
    "Fino a questo momento, lei si e` impegnato nel lavoro. E' una grande opportunita` per un ingegnere giovane come lei, far parte di questa missione. Molti peruviani vorrebbero occupare il suo posto."
    "Si, vero?".
    Anatolio sapeva che i bianchi erano incapaci di capire lo sdegno che significavano quelle parole. In realta`, sapeva che i bianchi lo consideravano una razza inferiore, una specie di animale che nel passato avevano sfruttato senza pietà e che adesso dovevano trattare meglio. Ma non lo avrebbero mai considerato un loro pari.
    "Ma certo, Pomahuanca. Lei ha dimostrato la capacita` di un vero uomo peruviano partecipando alla esplorazione dello spazio. Sù, sempre piu` sù, come diceva il vostro pioniere dell' aviazione, il pilota Jorge Cha`vez!"
    "Di quale capacita` mi parla, capitano? Della capacita` di lavorare in una miniera? Della capacita` di trascinare un aratro? Della capacita` di essere servo in casa di un bianco?"
    Anatolio fini` la frase senza rendersi conto che la sua voce era diventata stridula.
    Il capitano mantenne il suo sorriso. Anatolio sospiro`. Aveva già rivolto le stesse domande ad altri bianchi e le reazioni erano state diverse. Qualcuno si ritirava in silenzio, altri lanciavano insulti. Anatolio preferiva questi ultimi, perché almeno, manifestavano i loro sentimenti.
    Il capitano era uno dei peggiori: apparteneva a quelli che credevano che bianchi e nativi convivesseroi già in armonia, come se i secoli di storia avessero cancellato le ferite del passato. Nei libri e nei discorsi ufficiali non si parlava piu` d' invasione o di conquista ma di un incontro di due mondi o di due culture: sembrava incredibile che i bianchi credessero alle loro stesse menzogne.
    "Ci sono bianchi, come dice lei, che si occupano anche dei lavori di cui lei parlaa. In ogni caso, il lavoro ci rende degni."
    "Ma quei lavori li danno sempre a noi! Perché non ci lasciano essere presidenti, ministri od ambasciatori?"
    "Tutto a suo tempo, Pomahuanca. Mi dispiace che le cose siano state diverse per noi due, che dobbiamo essere schiavi del nostro passato."
    "Ma di quale schiavitù parla? Essere proprietari, impresari o militari e` schiavitù? Condurre macchine di lusso e`schiavitù? Apparire in televisione è schiavitù? Non è cambiato nulla, capitano, noi saremo sempre i conquistati e voi i conquistatori."
    "Allora come spiega la sua presenza qui, Pomahuanca? Come spiega il fatto che sua educazione sia stata interamente gratuita e che abbia potuto fruire dei piu` alti standard nelle migliori universita`? E il suo servizio sanitario? E perché non parliamo di questa missione? Secondo la sua logica soltanto i bianchi, come le piace chiamarci, dovrebbero farne parte, no?"
    Anatolio Pomahuanca tremava di odio e di rabbia. Chiuse i pugni, e lasciò che i suoi pensieri uscissero liberamente dalla bocca: potevano fargli quello che volevano, castigarlo o degradarlo. Almeno avrebbe avuto la soddisfazione di dire al capitano quello che veramente pensava.
    "Per voi io sono soltanto un ornamento! Un simbolo! Volete solo annunciare che avete portato un peruviano nello spazio! Cosi`, tutti crederanno alla balla della convivenza armoniosa!"
    Dalla faccia del capitano scomparve il sorriso. Gli occhi diventarono minuscole righe parallele, senza colore e la bocca gli si chiuse in una linea stretta. Ripiego` le sue appendici uditive e si diresse verso la sala di commando. La sua pelle squamosa mancava completamente di colore, eccetto per il pennacchio blu che quelli della sua specie portavano sulla testa. Per questo, i pochi terrestri che erano sopravissuti alle guerre di conquista degli invasori dello spazio li chiamavano "bianchi".
    "Lei si puo` ritirare, Pomahuanca. Sia pronto per il prossimo turno", disse il capitano, congedandolo con un gesto delle sue mani membranose.

    sabato 29 maggio 2010

    Fantaitalia s'è desta




    Esce in questi giorni per i tipi di Bietti un'interessante antologia. Ambigue Utopie, questo è il titolo, 19 racconti di fantascienza e altro. La prima notazione è una curiosità. I racconti dovevano infatti essere almeno venti, perché dal mazzo manca un mio contributo. Quando infatti l'ottimo Gian Filippo Pizzo mi contattò a suo tempo, e prima ancora che Bietti si interessasse all'operazione, io accettai l'invito. Un invito che molto tempo dopo - laboriosa infatti fu la gestazione dell'opera - dovetti respingere, perché l'idea dietro il mio racconto - e questa è l'altra notizia, o quantomeno l'altra curiosità, era piaciuta a un altro editore.
    Poiché l'antologia della fantascienza utopistica e politica sembrava languire, decisi di ritirare il mio racconto che però, sotto gli auspici creativi di Gianfranco Viviani, divenne il romanzo Dalle mie ceneri, primo titolo italiano pubblicato dalla collana Odissea di Delos Books.
    La mia prima reazione alla presentazione di Ambigue Utopie è dunque di grande tenerezza, un po' diviso tra l'invidia di chi poteva esserci, il piacere di chi si prepara a leggere qualcosa che sa già sarà molto interessante, e anche qualcosina in più che però non anticipo ancora, perché altrimenti questo blog si intitolerebbe "Spoiler" e non "Ucronicamente".
    Sorvolo sulle critiche lette da qualche parte secondo le quali Ambigue Utopie sarebbe una risposta tardiva alla complementare e precedente Fantafascismo - ci interessa davvero sapere chi ha tirato il primo colpo di fucile in questa guerra tra scrittori del fantastico? - e mi limito a evidenziare un aspetto che forse pochi considerano: in questi tempi in cui la fantascienza sembrava essere stata scacciata dall'editoria dal thriller o dal fantasy, ecco che temi spiccatamente a essa legati ricompaiono in primo piano. Editori importanti cominciano a interessarsi di nuovo di distopie, utopie, e science fiction. Di più: la narrativa italiana propone di nuovo titoli spiccatamente fantascientifici - un esempio, Bambini Bonsai di Paolo Zanotti, Ponte alle Grazie - e l'ucronia conquista nuovi e interessanti autori come Enrico Brizzi - La Nostra Guerra e L'inaspettata piega degli eventi, Baldini, Castoldi e Dalai.
    Un segno che qualcosa si muove. O che forse nell'immobilità apparentemente assoluta della società e della politica italiane il wishful thinking si ritrasferisce in letteratura?
    In genere è un buon segno.